Venezia 70. Orizzonti
Rodrigo e Samuel, fratelli dai caratteri opposti, si mettono in viaggio per cercare la madre Silvia che di punto in bianco li ha abbandonati, scoprendo divergenze e affinità che li porteranno a riconsiderare il loro rapporto.
Succede sempre, in Mostra, di imbattersi in uno di questi film, un film senza infamia e senza lode, che vedi e poi dimentichi senza colpo ferire. È questo il caso de La vida después, opera prima di David Pablos, con attori al loro esordio e che fanno parte della scuola di cinematografia da cui anche lui proviene e che ha finanziato il film.
Ci troviamo quindi a scrivere di un’opera di cui si riconosce il potenziale ma che non si può in alcun modo definire completa, e certo non per il finale, interpretabile come tutti i finali aperti, ma per l’inconcludenza di fondo.
Rodrigo e Samuel sono due personaggi universali, proprio come il regista desiderava che fossero, l’ambientazione messicana è assolutamente secondaria: la storia, i rapporti, l’evoluzione degli stessi, non hanno una nazionalità. Il rapporto conflittuale tra fratelli, le colpe dei genitori che ricadono sui figli, il viaggio come percorso di crescita, la famiglia come abbraccio ma anche come gabbia: nulla che non sia già stato visto o raccontato, direte voi. Proprio perché le tematiche non si possono definire innovative, quello che serve è un punto di vista personale, o una regia particolarmente incisiva; purtroppo però qui mancano entrambi.
Pablos fa i suoi compiti per casa e costruisce Rodrigo e Samuel secondo le regole del bignami della sceneggiatura: il primo cupo e inquieto come risultato di una profonda sofferenza interiore, il secondo riflessivo e taciturno, in reazione al rapporto con il fratello e con la madre. Il viaggio che intraprendono assieme per ritrovare Silvia, andata via di casa una mattina qualunque senza lasciare altro che un biglietto che dice “io devo andare” li costringerà a rapportarsi (relativamente) più profondamente l’uno con l’altro, nel bene e nel male, e a prendere delle decisioni sul loro futuro.
Senza lode ma anche senza infamia perché, per fortuna di tutti, Pablos sa fare il suo mestiere e, ancora più importante, lo sanno fare Americo Hollander e Rodrigo Azuela, che pur essendo al loro primo film reggono sulle spalle la parte più consistente dell’opera. Non c’è nulla che sia chiaramente sbagliato, ma nemmeno nulla che faccia prendere alla pellicola quello slancio di cui avrebbe bisogno. Le intenzioni e le reazioni dei pochi personaggi, seppur non esplicitate a parole, sono talmente limpide, talmente chiare nelle loro motivazioni da risultare quasi scontate.
Ci sono alcune scene degne di nota, quelle in cui Pablos ci descrive la famiglia senza parole, lasciando alla musica il compito di trasmetterci emozioni: ecco allora che un abbraccio sotto la pioggia, un giro sugli autoscontri, riescono a impressionarci più di quanto riesca fare la pellicola nella sua interezza, e salvano il film almeno in parte. Salvano anche Pablos da un giudizio troppo duro per un’opera che sì, non dice nulla di nuovo (e considerato il suo inserimento nella sezione Orizzonti questa è una doppia colpa), ma che con la sua sincerità di fondo fa ben sperare per il futuro.
Titolo originale: La vida después
Nazione: Messico
Anno: 2013
Genere: Drammatico
Durata: 90’
Regia: David Pablos
Cast: Maria Renée Prudencio, Americo Hollander, Rodrigo Azuela
Produzione: Centro de Capacitaciòn cinematografica
Data di uscita: Venezia 2013






