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Venezia72: “11 Minut” di Jerzy Skolimowski

E se i prossimi fossero i tuoi ultimi undici minuti?

Venezia 72. Concorso
Varsavia, al giorno d’oggi. Sembra una giornata come le altre, vari personaggi si muovono per questa moderna capitale europea inseguendo scopi più o meno banali, obiettivi più o meno leciti, non potendo immaginare che qualcosa li accomuna fatalmente. Cosa li guida, il caso, una forza soprannaturale, o forse solo una “regia” superiore?

Jerzy Skolimowski è uno dei registi più amati da chi scrive questa recensione. Eviterò dunque di osannarlo, e inviterò invece caldamente chi mi legge a recuperare Mani in alto, Le départ, La ragazza del bagno pubblico, Moonlighting o Essential Killing, giusto per farsi un’idea di quanto questo polacco cosmopolita abbia da insegnare per ingegnosità, temerarietà e conclamata superiorità tecnico-narrativa.

Detto questo, cerchiamo di evidenziare almeno alcuni elementi del suo ultimo poderoso film, 11 Minutes, il cui titolo si riferisce a un limitato periodo di tempo che prende il via alle ore 17.00 di una comune giornata di sole, ma in cui la scarsa manciata di minuti del titolo è allungata, ripetuta, smontata e rimontata lungo i binari della sovrapposizione delle vicende di un gruppetto eterogeneo di personaggi. Fra i protagonisti di questo film corale ad affresco (vengono in mente America oggi, Crash, Babel, ma come centrifugati e sparati a 200 km. all’ora) alcuni hanno limitati rapporti l’uno con l’altro (parenti, coppie, altri ancora colleghi), ma tutti sono uniti dallo stare sotto lo stesso cielo, come alcuni strani segnali dall’alto sembrano voler evidenziare. Di fatti qualcosa di bizzarro viene notato all’orizzonte (ma non mostrato allo spettatore), un aereo sembra volare un po’ troppo basso sullo skyline della città, gli animali perdono l’orientamento o sembrano essere ipersensibili a chissà quale nascosta minaccia, la tensione cresce man mano che il quadro si arricchisce di dettagli e collegamenti intratestuali (ma senza per questo farsi più chiaro e comprensibile).

Skolimowski sfida l’attenzione dello spettatore imbarcandosi in un tour de force visivo e di montaggio, alla cui base sta una sceneggiatura ad orologeria che combina (o meglio fa combaciare o combattere) i vari personaggi sull’asse di casuali incontri, scontri evitati all’ultimo momento, intersecazioni di destini più o meno prevedibili. Una coppia di amanti, un ex-galeotto in uscita su condizionale, dei paramedici in servizio d’emergenza, artisti di cinema dalla ambigua moralità, tutto si intreccia sulla base di un movimentato sistema di continui flash-back e -forward, per mezzo dei quali ci vengono presentati gli stessi brevi lacerti di realtà da numerosi punti di vista, come in una quasi caleidoscopica coazione a ripetere e a riosservare, che dopo i primi momenti di spaesamento, una volta capito il “gioco al massacro”, ci coinvolge in una spasmodica attesa della “soluzione”.

È infatti un film ad incastro, ad enigma, che titilla e provoca la nostra attenzione al dettaglio, nascondendoci i particolari di una tela frastagliata il cui Creatore e unico signore è proprio il regista, deus ex machina che si nasconde fino alla fine, giocando con i nostri occhi come un divertito gatto farebbe con un topo complice ed obbediente.
Perché vediamo questi stessi undici, apparentemente comunissimi minuti ripetersi, spezzati e cubisticamente rifratti sotto diversissimi e forse casuali angolazioni? Perché sentiamo riecheggiare le stesse frasi da luoghi diversi, con un effetto straniante di deja-vu che invece di confonderci ci convince gradualmente che tutto sia legato da qualche legge superiore e imperscrutabile? Riguardo alla costruzione dei personaggi si potrebbe parlare di una sorta di micro-psicologia per rapide pennellate: piccoli gesti, riferimenti variamente sibillini ci fanno intuire chi abbiamo davanti, con i suoi vizi capitali (il pedofilo in riabilitazione, il tossico-dipendente, vari esseri umani gelosi e/o fedifraghi) o le comuni virtù lavorative (si veda il tentativo eroico dei paramedici di soccorrere una partoriente). Non è dunque questo un testo filmico che si impegni ad andare in profondità, le caratteristiche emotive delle sue pedine sono accennate con voluta genericità, giusto perché questi corpi ripieni di passioni possano poi scontrarsi in piccoli e grandi confronti emotivi, prima del gran finale.

Ovviamente il tempo, con tutti i suoi tratti simbolici, gioca un ruolo strutturale: i dettagli di quadranti, orologi rotti, segnatempo di apparecchi elettronici si ripetono a iosa, per imporci il ritmo stringente di quella che sembra essere una corsa ad ostacoli verso una meta ignota. In conferenza stampa e nelle sue dichiarazioni ufficiali il regista ha detto di aver voluto anche riflettere su quanto sia labile il confine di certezza della nostra vita, su come eventi imperscrutabili possano riunirci con persone lontanissime da noi e fondere i nostri destini, anche in senso tragico e definitivo. Oltre a ciò a noi viene da pensare che qui ci sia soprattutto in ballo un gioco di sguardi: nell’inquadrare identici oggetti e personaggi da molteplici points of view, nel restituirci una realtà moderna e tentacolare attraverso il filtro di numerose focalizzazioni, Skolimowski dimostra come la realtà non sia mai una e indivisibile, come la verità non sia prevedibile e come i minuti non siano sempre “contati” in una unica modalità razionale. Un minuscolo “epsilon”, un piccolo buco nero della logica potrebbe giocarci un tiro mancino. Sbizzarrendosi con angolazioni e inclinazioni (dall’alto, dal basso, attraverso strumenti tecnologici, con focalizzazioni a controcampo, persino con la soggettiva di un cane) egli si appropria di un profilmico a 360 gradi in cui dà l’impressione (o piuttosto l’illusione) che lo spazio sia dominabile attraverso una ricostruzione a tavolino che dovrebbe essere uno dei compiti analitici di noi critici. Invece alla fine, con l’evento riassuntivo e con l’ultima, conclusiva immagine, questo vecchio signore si prende beffa di tutti noi e di miriadi di registi solo anagraficamente più brillanti e giovanili di lui, ricordando a tutti che alla fine chi comanda è lui, il padrone della mdp, che può decidere se svelare i propri segreti, se spiegare i propri enigmi e soprattutto se catturare i nostri sguardi con la potenza di dettagli infinitesimali. Per tutta la durata del film egli ci ordina dove guardare, ci spinge ad interrogarci su ogni minimo pixel e violenta piacevolmente la nostra voyeuristica vista spettatoriale.

Nella speranza che il film abbia la meritata distribuzione nelle sale non sveleremo appunto la soluzione (parziale) che alla fine l’autore propone a questo conglomerato di vicende, ma possiamo affermare che lo scioglimento degli intrighi spazio-temporali ha qui un’importanza piuttosto relativa. L’impressione è che Skolimowski abbia voluto eseguire una sorta di sublime esercizio di stile, dimostrandoci con quasi arrogante e guascona sicumera la potenza affabulatoria della sua maestria registica. Dall’alto della sua esperienza pluridecennale e di una seconda giovinezza creativa egli se ne è venuto come se niente fosse ad una Mostra di Arte Cinematografica, sfidando sia gli stereotipi dell’action-movie a stelle e strisce che le lentezze soporifere di certo cinema (orientale?) da festival, dandoci 81 minutes di godimento visivo, di stimolazione intellettuale e di orgasmo scopico.

Titolo originale: 11 Minutes
Nazione: Polonia, Irlanda
Anno: 2015
Genere: Thriller
Durata: 81′
Regia: Jerzy Skolimowski
Cast: Richard Dormer, Paulina Chapko, Wojciech Mecwaldowski, Dawid Ogrodnik, Andrzej Chyra
Produzione: Skopia Film
Distribuzione:
Data di uscita: Venezia 2015 – In Concorso