Volto notissimo della TV di Stato russa, Zhanna Agalakova è la corrispondente dagli Stati Uniti e dalla Francia del Primo canale, si considera una sincera patriota del proprio paese, è sposata con un fotografo e cameraman italiano e ha una figlia, Alice, poco incline ad accogliere acriticamente le radici culturali russe che la madre, invece, tiene ad esaltare. In questo autoritratto composto da vari epidodi di vita vissuta nel corso dell’ultimo decennio siamo testimoni della graduale trasformazione di Zhanna, che giunge al suo punto di non ritorno nel febbraio 2022, all’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina. Non senza l’influenza della figlia, cittadina del mondo e appartenente a una generazione completamente diversa, Zhanna comprende appieno la falsità della propaganda di cui è stata portavoce per anni, prende coscienza delle proprie responsabilità e volta le spalle, forse per sempre, al suo lavoro e al suo paese.
Nel marzo del 2022 aveva fatto molto scalpore anche in Italia la storia di Marina Ovsjannikova, collaboratrice di lunga data del Primo canale della TV federale russa, che aveva allestito un flash mob sventolando in diretta, dietro al volto impassibile di una speaker del telegiornale, un cartellone con slogan contro la guerra e scandendo lei stessa frasi antibelliche. Dopo essere stata brevemente arrestata e multata, Ovsjannikova è emigrata in Germania, per poi tornare in Russia, essere condannata ai domiciliari per aver “discreditato le forze armate” e fuggire nuovamente in via definitiva, stavolta in Francia, dove ha ottenuto l’asilo politico.
Un caso simile, e meno noto almeno fino alla comparsa di questo documentario autobiografico, è quello di Zhanna Agalakova, notissima reporter del Primo canale che fino al 2022 vi ha lavorato usufruendo dei numerosi privilegi di una corrispondente della sede esteri di media di spicco (da un lauto stipendio a uno stile di vita inimmaginabile per la maggior parte dei cittadini russi, compresa la possibilità di far studiare la figlia in una prestigiosa scuola internazionale di New York). Una giusta autocritica dovrebbe essere espressa, ora, da questa sorta di anamnesi cinematografica in cui la giornalista attinge a materiale girato nel corso dell’ultimo decennio, sia al lavoro che nella vita privata – e qui, dal momento che in molti casi non pare trattarsi delle canoniche riprese di famiglia ad uso domestico visto l’impiego professionale di telecamere e soprattutto microfoni, sorge spontanea la domanda su quando esattamente Agalakova abbia deciso di condividere con il grande pubblico la sua ‘confessione’, che pare tanto sofferta quanto accuratamente architettata.

Il titolo di A little gray wolf will come, presentato in Gran Bretagna al Sheffield DocFest e in Italia al Rome International Documentary Festival, oltre che selezionato di recente nel programma principale dell’Artdocfest di Riga diretto da Vitalij Manskij – tuttora l’appuntamento principale per il cinema documentario girato da registi russi, adesso perlopiù attivi all’estero, – è tratto da una celeberrima ninnananna russa in cui si intima al bambino in procinto di addormentarsi: “Non metterti sul bordo del letto / Arriverà un lupacchiotto grigio / Ti acchiapperà per un fianco / E ti trascinerà nel bosco…”. Il “lupacchiotto grigio” fa dunque le veci dell’‘uomo nero’ delle ninnenanne nostrane, e qui potrebbe evocare le paure, o quantomeno i fantasmi personali e gli scheletri nell’armadio che fanno capolino nei momenti bui di maggiore vulnerabilità, per poi emergere appieno, e alla luce del sole, in momenti tragici come il decisivo spartiacque del 2022. Il documentario di Agalakova ha certo il pregio di mostrare dall’interno il funzionamento della macchina mediatica ufficiale del Cremlino (la giornalista riceveva istruzioni precise su come mostrare l’attualità europea e americana in modo da mettere in rilievo i fatti di cronaca nera, il caos politico pre-elettorale o i disordini violenti durante proteste i cui motivi non dovevano essere nemmeno menzionati); piuttosto ben riuscita è anche la rappresentazione del rapporto madre-figlia, con l’adolescente Alice che, cresciuta negli Stati Uniti con amici da tutto il mondo e ansiosa di delineare una propria identità individuale, dall’esterno comprende molto meglio della madre (educata a suo tempo secondo i rigidi precetti dell’ideologia sovietica) la manipolazione psicologica che sottende la narrazione dei media russi e la strumentalizzazione ideologica anche di eventi storici importanti come la vittoria nella Seconda guerra mondiale.

Tuttavia, nel corso della visione risulta a tratti difficile empatizzare con la protagonista e narratrice, e credere davvero nella sua sincerità e buona fede: anche se si comprende la difficoltà della sua posizione, il pentimento plateale – si è licenziata, ha fatto mea culpa davanti ai microfoni dei media francesi e ha restituito tutti i premi governativi ricevuti – solo dopo il 24 febbraio 2022 ha l’aria di essere fuori tempo massimo: soprattutto se, come risulta dal film, già da anni Agalakova si poneva delle domande sulla bontà del suo operato. Tali interrogativi forse sono passati in secondo piano per via del grande amore per il proprio paese, come mostrano le parti (primo embrione di quello che doveva essere un reportage ma è stato poi sviluppato come un ‘I-film’) dedicate ai viaggi nel canonico ‘immenso spazio russo’ seguendo le orme dello scrittore Aleksandr Solzhenicyn di ritorno dall’emigrazione, anche alla scoperta di pagine familiari traumatiche sugli Urali. O forse, come ha ammesso Agalakova in alcune interviste recenti, si trattava di una mera e cinica questione di soldi: dopo essersi diplomata al liceo privato francese, Alice si è infatti iscritta all’Università in Svizzera e solo lo stipendio del Primo canale costituiva una fonte di sostentamento adeguata.

Molti giornalisti e registi russi non meno autenticamente legati al proprio paese, peraltro mai nominati da Agalakova nel suo documentario, avevano preso le distanze dalle istituzioni culturali di Stato russe da anni, a maggior ragione dopo il 2014 e l’annessione della Crimea, rinunciando in toto ai finanziamenti pubblici e spesso optando già allora per l’emigrazione. Restando in ambito televisivo, si può citare il caso dell’emittente privata e progressista Dozhd’, fondata nell’ancora relativamente liberale 2008 e ostacolata dalle misure del Cremlino in modo sempre più palese e mirato nel corso degli anni, fino ad essere dichiarata ‘agente straniero’ e trasferita all’estero nel 2022. Agalakova oggi è stata anch’ella dichiarata ‘agente straniero’, e sia la sua aperta presa di posizione del 2022, sia questo film sono stati ovviamente oggetto di durissimi attacchi da parte dei suoi ex colleghi rimasti in patria e leali al governo. Ma il fine ultimo di questo suo autoritratto, più che scandagliare davvero le proprie pesanti responsabilità nei confronti di spettatori russi assuefatti loro malgrado a una ‘occidentofobia’ ben più pronunciata della cosiddetta ‘russofobia’ europea, sembra quello di fornire un’immagine di sé attraente per dei potenziali datori di lavoro stranieri. Se Agalakova, che già ora in alcune interviste dice di collaborare con dei media europei online, proseguirà la sua carriera professionale in Occidente, non possiamo che augurarle di mettere le sue indubbie capacità tecniche e la sua pluriennale esperienza al servizio di cause più encomiabili in futuro.










