Si chiama A pied d’oeuvre, letteralmente al lavoro, il film che la regista francese Valérie Donzelli porta al Lido in Concorso Venezia 82. Tratto da una storia vera, A pied d’oeuvre racconta le vicende di Paul, un fotografo quarantaduenne che ha abbandonato la sua carriera di successo e la prospettiva di una vita agiata e senza preoccupazioni economiche per dedicarsi completamente – e liberamente – alla scrittura.

Presto Paul si trova alle prese con la precarietà e costretto a fare tutta una serie di lavori saltuari per sbarcare il lunario. Disposto a fare sacrifici ma non a rinunciare alla scrittura, Paul sceglie di mettere la libertà creativa e la passione davanti a ogni altra cosa.

Quella di Paul, interpretato da un ottimo Bastien Bouillon, è una storia “semplice” e attuale che si fa chiaro paradigma della difesa della libertà creativa e personale a prescindere da tutto e nonostante tutto. Nonostante le rinunce, le pressioni esterne e gli ostacoli emotivi rappresentati da chi una tale passione non la comprende né la appoggia e a prescindere da quanti e quanto grandi siano i sacrifici da compiere. Ed è una storia personale che Donzelli sceglie di raccontare mantenendone la dimensione di racconto intimo, facendo entrare noi che guardiamo in sintonia col protagonista (pur, a volte, mettendone in discussione le scelte) e facendoci assumere il suo punto di vista e partecipare a ogni vicissitudine con tanta discrezione quanto trasporto.

Una prospettiva privilegiata rispettata anche nelle scelte stilistiche che accompagnano e mettono in scena il racconto, con la macchina da presa che indugia spesso sul volto e i gesti di Paul, raccontando anche dal punto di vista visivo la dicotomia tra il bisogno urgente di scrivere e la necessità di guadagnarsi da vivere facendo lavori che la società considera umili quando non addirittura svilenti.

Particolarmente interessante il modo in cui ciascuna figura che ruota attorno a Paul rappresenti un tassello importante nello sviluppo della storia e nel percorso di crescita del protagonista che, alla fine del film, porta con sé i segni di un cambiamento interiore che lo rendono ancor più libero e ancor più consapevole.