Dopo che il loro amico Vanya si è suicidato sotto l’effetto di droga e alcol, i ventenni moscoviti Sasha e Petya proseguono senza troppa partecipazione emotiva le loro scorribande tra feste e rave e si ritrovano (insieme allo spettatore) nella morsa di un circolo vizioso dove si alternano apatia, nichilismo, frustrazione, insofferenza nei confronti della generazione dei genitori e profonda indifferenza verso quanto avviene al di fuori del loro microcosmo.

Se, complici il titolo e la pubblicità confezionata ad hoc per attirare l’attenzione del pubblico internazionale al Festival di Berlino (“Un’indimenticabile e visionaria miscela di sesso, droga e techno”), vi aspettate di trovarvi davanti un Trainspotting in salsa russa, rimarrete molto delusi, e non solo perché siamo agli antipodi rispetto all’energia dirompente e all’umorismo nero di Danny Boyle. “Acido”, infatti, qui non sta tanto a indicare le pasticche psicotrope, di cui viene mostrato il consumo solo all’inizio e in un’altra breve scena. Si tratta piuttosto, letteralmente, della sostanza liquida e caustica che, oltre a deformare (metafora sin troppo facile di un’eredità sovietica dissacrata e disfatta) vecchi busti di icone comuniste nelle installazioni di un sedicente artista contemporaneo, corrode fin nel profondo ognuna di quelle schegge impazzite che sono i pochi personaggi raccontati dal regista: e a questo proposito non può sfuggire come, in russo, la parola “acidità” sia etimologicamente collegata a un verbo che si può rendere come “essere di cattivo umore, con una sensazione di insofferenza”. Il che è esattamente, dall’inizio alla fine del film, lo stato d’animo che ci viene trasmesso dai volti e dai corpi fluttuanti sullo schermo. E che, dopo un’ora e mezzo, può o contagiare il pubblico, o suscitare in quest’ultimo un senso di rigetto.

Aleksandr Gorchilin, attore allievo di Kirill Serebrennikov e membro fisso della troupe del teatro sperimentale Gogol Center di Mosca, a 26 anni ha deciso di mettersi alla prova dietro la macchina da presa in compagnia di alcuni amici e colleghi attori suoi coetanei (i protagonisti Filipp Avdeev e Aleksandr Kuznetsov, di una bellezza sfolgorante più scandinava che russa, surreale sullo sfondo del cemento armato moscovita, provengono anch’essi dal “vivaio” di Serebrennikov), per raccontare le vicissitudini di ragazzi russi della sua stessa età e della sua stessa estrazione, di aspiranti “artisti” o presunti tali nati in famiglie della classe media o medio-bassa della capitale russa. Questo debutto gli è già valso il premio per la migliore opera prima al festival russo “Kinotavr 2018” e lo ha portato ora a rappresentare la Russia alla Berlinale 2019.

Al momento ci si può solo augurare che Gorchilin, se deciderà di proseguire la carriera registica, maturi a sufficienza da lasciarsi alle spalle una serie di artificiosi e compiaciuti manierismi evidentemente ispirati al suo maestro Serebrennikov (l’alternanza di scene crudamente iperrealistiche e di inquadrature estetizzanti, di movimenti scattosi della macchina da presa e di statiche simmetrie, per non parlare dell’intermezzo in stile videoclip del sogno di Sasha prima del finale) e, soprattutto, da ideare soggetti che ci dicano sulle nuove generazioni di russi qualcosa di più rispetto a quanto il pubblico russo ed internazionale ha già visto nel cinema d’autore made in Russia (tra le altre cose anche nei film dello stesso Serebrennikov girati nel corso dell’ultimo decennio).

Non sorprende ormai più di tanto il vuoto assoluto che si portano dentro di sé (e osservano fuori da sé), nonostante (o forse proprio per) la loro condizione sostanzialmente privilegiata, questi giovani della capitale senza arte né parte – per tutta la durata del film non è chiaro cosa “facciano nella vita” Sasha e Petya, al di là delle velleità musicali di Sasha, la cui musica, non a caso, non risuona mai e viene memorizzata dal protagonista nel suo smartphone solo come squallido espediente per deflorare una diafana ninfetta quindicenne. Gorchilin ci mostra l’arrivo al quarto di secolo di ragazzi nati ormai dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che sono stati bambini all’interno di famiglie totalmente disfunzionali nel caos e nella violenza degli anni ’90 e sono approdati all’adolescenza e all’età adulta all’interno di un sistema-paese sclerotizzato e asfittico, dove le possibilità di “partecipazione” attiva alla vita pubblica e gli obiettivi ambiziosi paiono più che altro specchietti per le allodole. D’altra parte, lo stesso vuoto avvolge i loro genitori: prima dei titoli di coda leggiamo, e non è un caso, che il regista ha scelto di dedicare il suo lavoro “Ai nostri padri e alle nostre madri”, ovvero alla generazione che era stata ventenne negli anni ’90 e aveva vissuto un periodo transitorio sempre a cavallo tra euforia e autodistruzione. In questa schizofrenia volente o nolente trasmessa ai figli, però, c’erano almeno più scosse elettrizzanti rispetto a un presente governato dallo status quo e da modelli di comportamento e di vita preconfezionati e variamente morbosi (neanche la madre di Sasha, relitto di quegli stessi anni ’90 con la sua passione per l’Oriente e la spiritualità di moda a quei tempi, fa eccezione in questo senso).

In ultima analisi, figure come Sasha, Petya, la fidanzata di Sasha e i loro genitori sembrano voler riproporre l’ennesima variazione sull’immagine dell’“uomo superfluo”, così cara alla cultura russa degli ultimi due secoli. Ma senz’alcuna implicazione filosofica, esistenziale e politica: l’acido solforico degli anni ’10 del 2000 ha corroso persino i singulti di ribellione che potevano scaturire dal nichilismo dei tempi che furono. E anche un altro elemento onnipresente nella cultura russa di ieri e di oggi, il contrasto tra “padri (qui pressoché assenti) e figli”, in questa sede perde smalto e degrada verso un’ottusa incomunicabilità. Unica scena a suo modo originale: l’epilogo con il battesimo nella chiesa ortodossa, il solo momento in cui, al di là della facile simbologia adottata, si apre un barlume di ambiguità su personaggi fino a quel momento rimasti ostinatamente uguali a se stessi.