Non perde mai il controllo il maggiore Roy McBride. Forse perché il padre Cliff, quand’era piccolo, gli ha insegnato a lavorare duro e portare a casa il risultato. E se questa è la scuola, severa ma giusta, di un eroe, di una leggenda – nientemeno il pioniere dell’esplorazione spaziale ai confini del sistema solare – il metodo non si mette in discussione. Ma gli anni passano, i figli crescono e i padri-eroi svaniscono nello spazio.

Da trent’anni, infatti, non si hanno notizie di Clifford McBride, disperso mentre era a capo della Missione Lima, direzione Nettuno. Finché. Finché in un giorno come un altro di un futuro prossimo in cui i viaggi spaziali sono all’ordine del giorno e Marte è già stato colonizzato, la Terra viene bombardata da strane particelle fotoniche che causano devastanti danni a ogni componente elettrico e provocano migliaia di vittime. La sorgente delle anomale onde energetiche è subito localizzata: Nettuno. Bisogna indagare, contenere, neutralizzare. E chi meglio del figlio può seguire per un’altra volta le orme del padre?

Il figlio è il divo Brad Pitt, il padre il ruvido Tommy Lee Jones e insieme rappresentano il nucleo pulsante della freudiana indagine extraterrestre scaturita dalla mente di James Gray: Ad Astra, fino alle stelle.

Questo viaggio spaziale comincia come uno scurissimo fanta-noir. Voce fuori campo, un mistero da risolvere e la solitudine scontrosa di Roy, un uomo che non supera le ottanta pulsazioni nemmeno quando precipita dalla troposfera dopo un’esplosione (nella bella sequenza iniziale) e che ha allontanato tutto e tutti per lasciare segretamente spazio all’ingombrante figura paterna. Ma Brad Pitt non è l’Harrison Ford di Blade Runner e Ad Astra rischia più volte di affondare – nonostante l’assenza di gravità – travolto dall’ambizione astronautica del regista de I padroni della notte.

Quando la vena noir viene meno (e accade troppo presto), le contaminazioni di genere prosciugano lentamente il tono antiretorico della prima parte mescolandosi e accavallandosi con momenti di azione trattenuta e ridondanti drammi dell’anima, tra episodici attacchi di pirati spaziali, goffe iniziative complottistiche e una serie di personaggi minori dimenticabilissimi (non si salvano i poco più che camei di Donald Sutherland e Ruth Negga).

Perché il mistero è bello se non dura poco, al cinema. Si tratti del complesso rapporto padre-figlio, di folli e vendicative minacce spaziali o della domanda delle domande: siamo o non siamo soli in questo Universo? Nonostante la scelta coraggiosa di arrivare, sul finale, a risposte epocali, alle domande più difficili, i tiepidi ed espliciti monologhi interiori di Roy smorzano non solo la tensione dell’azione, ma anche le riflessioni più profonde su chi siamo noi come individui e come specie, in una società che tende a riprodursi all’infinito nelle sue declinazioni peggiori. O saranno proprio Roy e Cliff a smentirci?