Agata, una famosa scrittrice polacca naturalizzata australiana, accetta la proposta di un conoscente
bosniaco e si trasferisce per un breve periodo a Sarajevo, dove, durante una sorta di ‘residenza artistica’
autogestita, ha in programma di cercare ispirazione per un romanzo cui sta lavorando, ambientato
appunto nella città balcanica ai tempi del suo assedio nei primi anni ‘90. Scrivere fiction basata su eventi
reali non esperiti direttamente si rivelerà però un percorso quanto mai accidentato… riuscirà la
protagonista a tracciare una via d’uscita dalla sua impasse creativa?


Narrare attraverso le più disparate forme espressive, lo sappiamo dalla notte dei tempi, significa sempre
trasfigurare in diverse misure: a seconda della nostra esperienza e delle nostre conoscenze pregresse,
della nostra sensibilità e della prospettiva che, di conseguenza, scegliamo più o meno consapevolmente
di adottare. In questo senso, il crinale tra fiction e non fiction, in letteratura come al cinema, è ancor più
labile di quanto si possa credere. E quando, come la protagonista eponima di Agata the Writer, si decide
di immaginare una storia ambientata ai tempi e nei luoghi di fatti reali e drammatici, non possono che
entrare in gioco la politica e l’etica, nella narrativa quanto e più che nel giornalismo.


Non sappiamo se Agata sia in qualche modo un alter ego del regista e artista Kuba Dorabialski, originario
di Breslavia ma residente da anni in Australia: come lui, Agata viene dalla Polonia ma è naturalizzata
australiana, scrive evidentemente i suoi romanzi di successo in inglese ed è abituata a muoversi in un
ambiente internazionale (la sua migliore amica viene da Malta), senza sentirsi parte della storia o della
cultura di nessun paese in particolare. Risulterà a maggior ragione complicato mettersi dei panni di chi
dovrebbe fornirle le informazioni, le suggestioni e i prototipi reali utili a redigere il suo romanzo
ambientato a Sarajevo durante l’assedio del 1992-96: ha forse l’autorevolezza per parlarne e il diritto di
scriverne, lei che non solo non ha vissuto quella terribile esperienza, ma è una straniera (e a poco serve
la comunanza tra le lingue slave, perché per quanto riguarda il resto, due ‘paesi slavi’ come la Polonia e
la Bosnia hanno meno da spartire rispetto a quanto la Polonia condivida, poniamo, con la Germania)? E
poi, confezionare un bestseller basato su bombardamenti e massacri di massa non significa forse
‘speculare’ sulle vittime e sui loro traumi sfruttandoli per i propri fini, seppur artistici, e romanticizzando
i fatti ad hoc fino a rendere la violenza morbosamente appassionante? Perché tirare ancora in ballo la
guerra in Bosnia a trent’anni e passa di distanza, quando la gente, come intuiamo da un’interlocutrice di
Agata, ne ha già parlato con una miriade di giornalisti, attivisti e giurati del Tribunale speciale dell’Aja e
ora, forse, vorrebbe solo guardare avanti? E ancora: Sarajevo deve essere per forza collegata soltanto
agli orrori di quegli anni ’90 o, nel migliore dei casi, all’assassinio di Francesco Ferdinando nel 1914 e alle
Olimpiadi del 1984, o forse è finalmente il momento di guardarla con occhi nuovi, lasciando da parte ciò
che, al netto del valore della memoria, è ormai divenuto un trito stereotipo esotico al pari della ‘follia’
balcanica che tanto intriga gli europei occidentali e il loro occhio anche qui ‘orientalista’ (non è un caso
che nel film venga citato il racconto “Il serpente” del gigante della letteratura jugoslava Ivo Andrić, dove
si problematizza proprio il carattere invece complesso e stratificato delle culture di quell’area
geografica)?

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Come vediamo da questa serie di domande, che emergono man mano che Agata si interfaccia con la
gente del posto, Dorabialski mette tanta carne al fuoco e molti spunti scottanti sul tavolo, ma purtroppo
inizia piuttosto bene – al di là di qualche facile simbolismo – per poi perdere la bussola nell’ultima parte,
più simile a un’installazione artistica probabilmente affine alle creazioni multimediali che il regista è
solito esporre (d’altronde, lo stesso Dorabialski ha detto che i suoi film “sono videoarte travestita da
cinema e cinema travestito da videoarte”). In una sorta di composizione ad anello, ritroviamo un gioco
con le forme che, attraverso una sorta di rottura della quarta parete, fa scattare riflessioni
metanarrative e metacinematografiche: nell’incipit una voce maschile fuori campo, a mo’ di narratore
onnisciente, pronunciava un testo su Agata in tutto e per tutto assimilabile alla pagina d’apertura di
un’opera letteraria in prosa (mentre, come scopriremo poi, sullo schermo scorreva un commento visivo al futuro romanzo di Agata); nel finale, è invece il romanzo a ‘travestirsi’ da sceneggiatura, letta peraltro
con il piglio di un monologo teatrale da un’Agata i cui primi piani su sfondo nero si alternano agli sfondi,
senza personaggi, delle scene da lei descritte a voce.

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A quanto ci è dato capire, Agata alla fine ha deciso di basarsi essenzialmente sulla propria esperienza, sicuramente meno scioccante e ricca di tensione rispetto all’assedio di Sarajevo, ma non meno toccante e soprattutto autentica. Perché, forse, l’unico vero modo di narrare senza trasfigurare è limitarsi a registrare suoni e voci da una ‘posizione zero’, come il protagonista del romanzo che Agata è riuscita a mettere in cantiere. Ancora una volta un’idea intrigante, che però non trova una realizzazione compiuta sullo schermo, lasciando lo spettatore perplesso e smarrito (oltre che sempre sul punto di annoiarsi).


In conclusione, Agata the Writer rimane un’occasione mancata, a maggior ragione ai primi di settembre
2026, ovvero pochi giorni dopo la morte in un carcere dell’Aja del generale serbo-bosniaco Ratko
Mladić, uno dei responsabili degli eccidi menzionati nel film: le dichiarazioni contrastanti sulla
personalità e sull’operato del ‘macellaio dei Balcani’ (ritenuto però tuttora un eroe patriota da una parte
dell’establishment e dell’opinione pubblica serba), che hanno acquisito nuovo vigore in queste
settimane, dimostrano una volta di più la tendenza alla narrazione-finzione, oltre a ricordarci che, anche
se sono passati trent’anni, ha ancora senso provare a riflettere lucidamente su quanto avvenuto tra il
1992 e il 1996 nei dintorni di Sarajevo.