Opera seconda di Marcelo Martinessi, autore, regista e sceneggiatore paraguaiano, Narciso (2026) è un film profondamente politico, già presentato alla Berlinale nella sezione Panorama dove ha vinto il premio FIPRESCI come Miglior film. Il lungometraggio concorre come Miglior film al Milano Film Fest.
Narciso, la trama
La pellicola racconta il Paraguay sotto la feroce dittatura a stampo fascista di Alfredo Stroessner, affrontando un punto di vista particolare: la musica.
Nel ’58, per la prima volta, Asunción vibra di un ritmo nuovo, il rock ‘n’ roll che viene dagli Stati Uniti. La “musica del diavolo” è simbolo di cambiamento, ma soprattutto è temuta dalle autorità come strumento di risveglio e corruzione degli animi.
Così Narciso, bello e coraggioso, diviene simbolo di libertà, desiderio fatto carne, grazia oscena: un corpo perturbante che ignora il perbenismo e le norme sociali, che arriva a stravolgere dall’interno tutte le forme di controllo. All’apice della carriera, però, il destino di Narciso si compie e il suo corpo viene trovato legato al letto, completamente bruciato. (Per il trailer qui)
Un film intenso e coraggioso
Biopic musicale sfumato di atmosfere thriller, la pellicola fa emergere rivolte e divieti, desiderio di libertà e repressione, cultura popolare e autorità dittatoriale.
Mostrando un vero e proprio spaccato di vita quotidiana popolare, il regista propone un’interessante riflessione sul ruolo sociale dell’intrattenimento. Attraverso la fama di Narciso, che la rubrica alla radio fa assurgere al ruolo di star, Martinessi fa capire la vita di un intero popolo sotto dittatura (rimasta tale fino al 1989).
Infatti, il regista intreccia la trama personale per arrivare al panorama collettivo di un’intera nazione. Il primo si incarna nel desiderio erotico, tema intimo per antonomasia, che pervade tutti i protagonisti ma che solo Narciso sa gestire con la necessaria leggerezza. A questo si somma la memoria storico-politica: la dittatura reprime il popolo, ma non sa affrancarsi dalla sottomissione coloniale statunitense che sfrutta il Paese e ne castra l’emancipazione.
Il filmaker, coadiuvato alla fotografia da un bravissimo Luis Arteaga, marca le atmosfere, soprattutto quelle notturne, con forti contrasti cromatici. I volti non sono mai illuminati del tutto.
Viene così naturale concentrarsi su chi è, letteralmente, sotto i riflettori: Narciso, la carismatica guida verso il futuro, e l’anziana collaboratrice della radio, che lo osteggia per tutto il film e che non ha mai un dubbio sui valori tradizionali imposti dal governo. Tutti gli altri, invece, sembrano dibattersi per l’intera pellicola tra la luce e l’ombra, proprio come le loro vite sempre un po’ ai margini.











