La seconda edizione del Milano Film Fest conferma il proprio impegno con la sezione speciale Visioni di Pace, che ha l’obbiettivo di trasformare il cinema in un potente strumento di riflessione attiva su temi legati alla pace e al dialogo internazionale.
Il progetto nasce grazie alla partnership tra il festival e due realtà internazionali come l’Unione Buddista Italiana e la Trending Peace, una start-up votata ad aiutare le imprese a promuovere la cosiddetta Pace Positiva.
Visioni di pace – Il cinema come resistenza, i cortometraggi
Ieri 6 giugno all’Anteo Palazzo del Cinema, ha avuto luogo uno degli eventi speciali della sezione.
Un breve ma intenso dibattito, coordinato da Trending Peace e animato da importanti organizzazioni come Amnesty International e Amref, ha preceduto la proiezione di quattro cortometraggi e un documentario che hanno coperto diverse tematiche inerenti.
Gauze è un corto animato dove i protagonisti sono due fratellini palestinesi alle prese con la guerra e la carestia.
Dissection of an incoherence in crisis, corto spagnolo, intreccia la giornata di tre bambine che litigano per un gioco e dei loro genitori che battibeccano sui dettagli di un evento storico. Questioni distanti? Nemmeno tanto, dato che entrambe partono da un nucleo comune: l’incapacità di gestire l’invidia e l’ego dei due personaggi principali.
La solidarietà non è reato: la storia di Sean Binder è, invece, una breve intervista di Valeria Solarino all’attivista Sean Binder. La premessa, già chiara dal titolo, è semplice: negli ultimi anni molti volontari impegnati in operazioni di ricerca e soccorso in mare sono criminalizzate per le loro attività in difesa dei diritti di migranti e rifugiati. La video-intervista racconta la storia di Sean Binder, giovane attivista tedesco accusato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, dal 2018 sotto indagine, e recentemente assolto da tutte le accuse in quello che è stato definito uno dei più grandi processi alla criminalizzazione della solidarietà.
Con Barren Lands – Terre aride, l’alpinista e divulgatore Hervé Barmasse dal Kenya offre uno sguardo reale e autentico su una terra dove la crisi climatica e la scarsità d’acqua stanno ridefinendo ogni equilibrio. Racconta la vita delle comunità pastorali, il legame vitale tra gli animali e un ambiente sempre più fragile, di come la carestia aumenti la diseguaglianza sessuale, privando le giovani della possibilità di studiare perché impegnate in ricerche di acqua e cibo sempre più sfiancanti.
Ha chiuso le proiezioni I once dreamed about this boat, un documentario realizzato da Factanza Media e SOS MEDITERRANEE sul Mediterraneo centrale, la rotta migratoria più letale del mondo. Ogni giorno, navi umanitarie come la Ocean Viking cercano di salvare vite, ma sono sempre più ostacolate da divieti, attacchi e pressioni politiche. La pellicola mostra, attraverso le voci dell’equipaggio e dei sopravvissuti, cosa significhi soccorrere, resistere e non smettere di credere nel valore universale dell’umanità.

Visioni di pace, le altre proiezioni
Domenica 7 giugno, sempre per la sezione speciale, si potranno visionare anche due lungometraggi fuori concorso.
Alle 11:00 all’Anteo Palazzo del Cinema, sarà proiettato Dear Ancestor di Nantenaina Lova ed Eva Lova-Bély.
Nel 2067, sull’isola di Réunion, una madre prega gli antenati del popolo del mare proveniente dalla vicina Grande Isola. Alla figlia racconta la lotta del nonno Dadabe contro un enorme progetto inquinante che devastò le loro terre ancestrali e costrinse il popolo all’esilio. Era un’epoca in cui i potenti del mondo disprezzavano chi, come Dadabe, era determinato a difendere terre fertili e acque generose per le generazioni future.

Nello stesso cinema alle 16:30, sarà proiettato invece l’ultimo film selezionato per Visioni di pace, The rain won’t let us fly (2026) di Ignacio Marín e Rubén Díez. (Trailer qui)
Oleksii guida una squadra di recupero cadaveri che attraversa le foreste ghiacciate del Donbass, la loro missione: riportare a casa i caduti, sia russi che ucraini. Senza schierarsi né politicamente né militarmente, il documentario mostra la guerra per quello che è realmente: una trasformazione dell’umano in disumano, dove la sopravvivenza diventa un gioco d’azzardo e l’unico desiderio condiviso da tutti è quello di tornare a casa.











