Tra gli animali spesso accade che, quando in un gruppo si trovano due maschi “alfa”, uno dei due venga allontanato; talvolta addirittura eliminato.
Questo film si interroga (e ci interroga) se qualcosa di analogo accada anche in un contesto umano, quando due maschi “alfa” vengono in contatto.
In questo caso i due protagonisti sono un padre e un figlio che, curiosamente, nel film hanno gli stessi nomi che hanno nella vita reale, dove sono davvero padre e figlio: Reinout e Gijs Scholten van Aschat.
Sullo sfondo delle maestose Alpi Svizzere innevate in pieno inverno, ai giorni nostri: Reinout (detto Rein), è un musicista mancato diventato insegnante di snowboard. Il padre Gijs è un famoso attore, ancora atletico e piacente che, preoccupato da mesi di distacco e silenzio, si reca a trovare vive il figlio nella località dove costui è andato a vivere.
Dal loro scarno dialogo si apprende che la madre e moglie sia morta di recente, probabilmente per sua scelta, poiché irreversibilmente malata. Le parole che si scambiano sono taglienti, come se ciascuno avesse qualcosa da recriminare nei confronti dell’altro: per l’uno è “giusto essere tristi” per la morte della madre; per l’altro invece “è anche giusto non essere più tristi” pur dopo la perdita della moglie; al cui capezzale pare che peraltro costui non fosse nemmeno presente.
Un primo tema è dunque quanto pesi tra due uomini la presenza morale di una persona, precisamente la donna della famiglia, ormai assente per sempre.
Lo scontro dei caratteri è l’altro filone del testo cinematografico: il padre è attore, nella professione e nella vita, si pone istintivamente e con disinvoltura al centro dell’attenzione, senza riguardo al fatto che fino a poco prima quel centro di attenzione fosse occupato da suo figlio. L’anziano gigioneggia con le amiche del ragazzo e non si fa scrupoli di porre domande “politicamente scorrette” sul colore della pelle di Laura (Pia Amofa), la ragazza del figlio. L’uomo sa che la sua posizione di “anziano” gli giustifica tali scorrettezze, giustificazione che però il figlio non ammette e non accetta.
Il figlio non perde occasione per rintuzzare il padre con mezze parole e scarne frasi veloci, che contengono una rabbia aggrovigliata da anni e un rancore inespresso che viene da lontano. Il comportamento distaccato del padre, che simula innocenza e superiorità, non fa che alimentare il contrasto.
Solo un potere maggiore, quello ineluttabile della natura, sarà capace di far calare le rispettive maschere e scoprire finalmente i veri, profondi sentimenti. Ma forse sarà ormai troppo tardi.
Questo thriller psicologico asciutto ed essenziale eppure potente e avvincente, ambientato in scenari di immensa bellezza e di grandiosa maestosità, ci pone di fronte a quesiti apparentemente basici ma inevitabilmente quotidiani. Si tratta di scelte che tuttora, incredibilmente, in moltissimi casi prescindono da qualunque razionalità, ancorché gli umani abbiano abbandonato le caverne ormai da millenni. Per averne la prova, basta leggere la cronaca di un qualunque giorno, di una qualunque parte del mondo.
Presentato al festival del cinema di Venezia 2024 nella sezione alle Giornate degli Autori ha ottenuto il riconoscimento “Europa Cinemas Label”. È stato in seguito presentato al festival del cinema di Siviglia e da gennaio 2025 sarà nel programma dello storico teatro/cinema Skandia di Stoccolma.
È il terzo lungometraggio del regista olandese Willem van Ewijk , nato nel 1970 a Delft. È stato regista, sceneggiatore e attore in Nu (2006) e Atlantic (2014).











