Il regista teatrale Kenny Leon produce e dirige un adattamento cinematografico di una pièce di Christopher Demos-Brown. Gia’ portata dallo stesso Leon Broadway, per la versione cinematografica il regista (ri)chiama il cast teatrale (in scena lo scorso anno) per portare quest’opera sul grande schermo grazie a Netflix.

“The race is the child of racismnot the father” si apre con questa frase di Ta-Nehisi questo film tragicamente spietato sul razzismo, raccontato dal punto di vista di due genitori.
Sono circa le 4 del mattino, Kendra Ellis-Connor (Kerry Washington) e’ seduta su un divano della stazione di polizia di Miami da molto tempo, sta cercando di avere notizie di suo figlio. Non e’ rientrato a casa, non risponde al cellulare, e’ allarmata.
L’agente (Jermy Jordan) con cui parla, un poliziotto giovane, non sembra prestare troppa importanza alla scomparsa di un diciottenne, del resto non sono nemmeno trascorse 48 ore, il protocollo gli impone una procedura.
Il protocollo.
Il protocollo impone a Paul, questo il nome dell’agente di polizia, di porre a Kendra, donna di colore, determinate domande.
Il protocollo (lo ripetera’ spesso) impone domande mirate, che probabilmente a un genitore bianco non verrebbero mai poste, e che a un certo punto esasperano la donna. Ma c’e’ il protocollo, Paul deve attenersi e non puo’ svelare di piu’. Quando arriva il marito della donna, agente – bianco – dell’FBI (Steven Pasquale), Paul si scioglie un po’, ma c’e’ sempre un protocollo.

Sono le prime ore del mattino. Fuori piove a dirotto. I tuoni scandiscono le scene. Kendra e suo marito Scott cercano di avere notizie del figlio Jamal. Sanno che era in macchina e che e’ stato fermato da una volante della polizia.
Nell’arco di un’ora e mezza fitta di dialoghi, prende corpo una vicenda drammatica, scritta con sapienza e portata sul grande schermo con un retrogusto di tristezza e frustrazione. Dialoghi sarcastici e inflessibili, a poco a poco, svelano dettagli, rapporti, retroscena che non solo riguardano la vita privata dei protagonisti, ma l’intera societa’: una messa in scena tanto asciutta quanto e’ inesorabile il crescendo della resa dei conti, famigliare e sociale.

Un corpo a corpo con la vita che Kendra e la polizia affrontano tutti i giorni. Kendra e’ una psicologa, suo marito un agente dell’FBI. Ma qui sono “solo” una madre e un padre che vogliono avere notizie del loro figlio. Kendra e’ soprattutto una madre che sta facendo a botte con i suoi incubi, la paura che qualcuno, un poliziotto possa fare del male a Jamal solo perche’ e’ nero. Non sarebbe cosi’ strano, se il ragazzo fosse bianco. Ma Jamal ha i colori di sua mamma, questo basta ad attivare il protocollo.

Una madre, un padre, due poliziotti e la paura dell’America. Quando arriva il Comandante della stazione, un uomo nero, il dialogo tra lui e Kendra assume contorni logoranti tanto e’ privo di una soluzione pragmatica “sono stato in Vietnam, ma non ho mai avuto paura come quando mi hanno mandato come poliziotto a dirigere il traffico”. Il razzismo, le gang, la tensione come fossero sotto attacco.
Merito del regista e’ aver saputo dare ritmo cinematografico a un lavoro teatrale intenso; e merito del cast e’ aver saputo restituire ai personaggi un’onesta’ che pulsa, reale, tesa, tale da penetrare le emozioni dello spettatore.