Liberamente ispirato ad una storia vera, Ammazzare stanca racconta le vicende di Antonio Zagari (Gabriel Montesi) e della sua famiglia. Appartenenti ad un clan della ‘Ndrangheta, il protagonista e suo fratello Enzo sono manovrati dal rigidissimo padre Giacomo (Vinicio Marchioni), fortemente legato ad una visione della criminalità in qualche modo reazionaria, all’antica, e fedelissimo al potente boss Don Peppino (Rocco Papaleo).
Gli avvenimenti narrati non si svolgono in Calabria bensì in provincia di Varese, dove i due fratelli sono nati e cresciuti: questa peculiarità diventa interessante per due motivi tra loro molto diversi. Il primo è direttamente connesso con la trama del film e la caratterizzazione psicologica dei personaggi: Giacomo considera l’accento dei propri figli, la cadenza lombarda con cui parlano, un segno di debolezza, di disonore quasi. È, inoltre, interessante vedere al cinema una storia di mafia “decentrata”: non una novità – come dimostrano film di genere, tra cui Milano calibro 9 di Ferdinando Di Leo – ma, certamente, neppure una consuetudine.
La storia è divisibile in due macro-parti e una più breve: negli anni ’70, nonostante alcuni contrasti e una latente voglia di ribellione, Antonio segue gli ordini del padre, per conto del quale uccide, e compie alcune rapine così da avere a disposizione denaro proprio. Questa prima parte, che ben mostra soprattutto le modalità dei reati, si interrompe quando Antonio viene ferito in uno di questi colpi ad una gioielleria ed arrestato.
Inizialmente marginale, ma via via sempre più importante sebbene mai protagonista di dialoghi particolarmente ampi, è la figura di Angela (Selene Caramazza), dapprima fidanzata e poi moglie di Antonio. Significativo è, ad esempio, un incontro tra i due in carcere, nella seconda parte del film, che porta avanti più il piano dell’interiorità del protagonista che quello dell’azione vera e propria.
Gli avvenimenti riprendono a ritmo serrato nella terza parte del film, ambientata negli anni ’80 e avviata dalla fine della reclusione di Antonio. Gli eventi si susseguono in un crescendo di tensione, che culmina nel finale, piuttosto prevedibile ma comunque avvincente.
La pellicola mostra senza filtri riti mafiosi e omicidi, ma anche il dolore e la profonda crisi di coloro che nascono in famiglie malavitose.
Un film ben realizzato, supportato da ottime interpretazioni e scelte registiche apprezzabili: inquadrature, colonna sonora e costruzione dei dialoghi rendono giustizia a una storia che merita di essere conosciuta.












