Non è facile approcciare un film come An elephant sitting still, non lo è per tutto quello che si porta dietro e che inevitabilmente finisce per anteporsi alla visione, mutandola senza possibilità di ritorno, almeno tanto quanto, al contrario, è comodo iniziare a scriverne ricorrendo a una perifrasi simile per ribadire quella soffocante sensazione di inadeguatezza che attanaglia lo spettatore quando lo schermo ritorna a essere nero, risultato di quattro ore di cinema statico e convulso, silenzioso e sfiatato.

Quattro ore di durata come quattro sono i personaggi, tutti in fuga: sullo sfondo di una povera cittadina di periferia, Ling scappa dal distacco emotivo della madre che la vede come un peso e si rifugia nel letto del viscido vicepreside, mentre il compagno di scuola Wei Bu, figlio di un poliziotto violento e innamorato di lei, rimane coinvolto in un litigio uccidendo accidentalmente un bullo, così fugge via inseguito da Cheng, capo di una banda di quartiere e fratello del bulletto, desideroso di vendetta ma al contempo costretto a convivere con il senso di colpa avendo causato indirettamente il suicidio di un amico, e a completare il quadro c’è l’anziano Wang, desideroso di un’ultima esperienza libera nel mondo reale prima che la famiglia del figlio lo parcheggi in una casa di riposo per fare spazio nella già angusta casupola.

Tutti loro, in fondo senza una meta, si dirigono verso Manzhouli, remota località al doppio confine con Russia e Mongolia dove si dice dimori un elefante da circo del tutto indifferente al mondo esterno, soddisfatto di giacere lì, sempre fermo, atarassico. L’elefante eponimo per i quattro soggetti in cerca d’autore assurge a ultima opportunità d’evasione, o almeno potrebbe rivelarsi una risposta, risposta al perché di quattro vite orribili. Wei Bu, Ling, Cheng, Wang sono animati da un’inquietudine profonda, tragica, vivono in una stasi invariata senza possibilità di cambiamento. L’elefante è un salvatore, o un miraggio di salvezza quantomeno, che garantisce le stesse aperture di un piano trascendente, la sua presenza dovrebbe essere in grado di dotare di senso quattro (o più) vite che non sembrano poter averne. Il film di Hu Bo è un gigantesco affresco nichilista, una visione destinale e predeterminata dinanzi alla quale la vita umana è del tutto impotente, An elephant sitting still è una rappresentazione in nuce del percorso che porta a questa conclusione, illustra l’ultimo passaggio, dimostra come l’ultima ancora di salvezza ricada anch’essa sullo stesso piano: anche guardando dritto negli occhi l’elefante non si coglie come possa essere così, è lontano, inconcepibile.

A dare inizio al film vero e proprio, cioè al disperato viaggio lungo un giorno, dopo la presentazione dello stallo che funge da base narrativa, è il vicepreside, che facendo il verso a Seneca oppure a Orazio con una sua personale rielaborazione di “animum debes mutare non caelum” palesa a Ling l’unica via, l’accettazione supina e cinica, poiché qualsiasi tentativo di cambiamento necessariamente fallisce: sensi non ce ne sono, la decadenza è l’unica via percorribile. E il film è così potente proprio perché non fa altro, alla fine, che dargli ragione, confermando il suo pensiero rozzo e povero di spirito.

Sarebbe però naïf ricondurre un tale cine-pensiero a una depressione o a un fenomeno simile; An elephant sitting still è un percorso molto elaborato che a sua volta elabora e progredisce nell’illustrare una riflessione sistematica di natura intima e dalla portata colossale. Il suicidio di Hu Bo non va né estrapolato dal contesto filmico – poiché non può essere contingente – né anteposto tout court all’opera come a individuare una spiegazione logica a tutti i costi, esaurendo la spinta autoriale dietro alla realizzazione del film con la diagnosi di una spossatezza – clinica o pseudo-esistenzialista che sia. Guardare il film significa interpretarlo tenendo conto di tutti i fattori senza che, poi, dopo la visione, il discorso intorno a esso debba forzatamente andare a collocarsi in un alveo preposto da retoriche o controretoriche: il cinema è estetica è l’estetica riguarda l’arte, il fatto di essere chiamati a esprimere un giudizio non deve essere influenzato da elementi esterni (ovvero la “ricezione della recensione”) ma concepito come intrinseco alla natura stessa della (settima) arte.

La riflessione di Hu Bo è tragica, e lo è per come si manifesta sullo schermo non certo poiché il suo autore si è ucciso. Il film si snoda attraverso la circolarità di un singolo giorno dal sapore di sineddoche nel quale le azioni e le strade dei quattro protagonisti si intrecciano fino al punto di compattarli in unico corpo, formando una sorta di tetrafarmakon con otto gambe destinato, quindi, a fallire, perché non c’è salvezza, e infatti il quartetto si scompone, abbandona ciascuna delle sue parti, ormai estranee l’una all’altra e a loro stesse. In questo senso il film si sgola, fa di tutto per dimostrare che c’è qualcosa oltre e consapevolmente fallisce, non può far altro che riconoscere e sottomettersi al silenzio.

An elephant sitting still è un film in decomposizione, perde a uno a uno tutti i suoi punti fermi fino a sembrare esausto, sfinito dai suoi stessi tentativi. I lunghi piani-sequenza  della fase iniziale e centrale lasciano con lentezza il passo a una mdp dal respiro più frammentato e claudicante, la camera a mano si fa dunque meno ferma man mano che passano i minuti, inglobando incertezza nella messa in scena con il volgere della sera. Nell’ultima ora di film i contorni sfumano e le figure si fanno più ardue da cogliere. Non viene meno solo un meccanismo: la fissità dell’immagine. Spesso i corpi sono al centro dell’inquadratura, e in ogni caso la composizione delle scene, per lo più statiche, è rigida. L’immagine di Hu Bo ubbidisce immancabilmente a schemi geometrici di linee dritte e spezzate, la sua è una mise spigolosa.

La durezza che vuole far trasparire a ogni livello consolida quest’idea di fredda predeterminazione, ne corrobora la resistenza a ogni tentativo di opposizione. Nulla cambia, ciò che accade non può essere cambiato e in quanto esistente nel presente si legittima da sé con la forza, dunque non c’è modo di sfuggire. L’inquietudine che attanaglia i personaggi non ha né senso né scopo, c’è e va sopportata perché è ineluttabile nel senso più etimologico del termine: non è possibile combattere in alcun modo. Quattro ore, quattro personaggi, quattro modalità per cercare di sfuggire a questo peso – amore (Ling), deresponsabilizzazione (Wei Bu), titanismo sui generis (Cheng), accettazione della morte (Wang), quattro fallimenti che si mescolano; il quattro in Cina come in altri paesi asiatici è il numero della fine, della cattiva sorte, una quadratura che nel suo chiudersi apre alla morte.

Scritto a partire dai racconti contenuti in Huge crack, pubblicato l’anno precedente dietro lo pseudonimo di Hu Qian, An elephant sitting still è un film che è morte lenta, manifestazione degli ultimi spasmi di un mondo che sa e può solo distruggersi. Non a caso il suo spazio pullula di armi, mezzi per ferire e rompere, improvvisati o meno, silenti abitanti di uno spazio di violenza senza possibilità di redenzione. L’opera prima e ultima di Hu Bo è una delle più portentose immagini del nichilismo moderno, talmente forte da abbracciare con un film un modo di pensare la vita nella sua totalità. Modo di pensare attaccabile da più punti con qualche semplificazione, magari, che rimane nonostante tutto di fortissimo impatto. Si tratta di un’opera congegnata per davvero in ogni suo dettaglio in virtù della sua compattezza, della sua capacità di ripiegarsi e annodarsi su sé stessa fino a non dimenticare spazi vuoti, riempiendo tutto sulle orme di un classico horror vacui; paradossale, considerando che si tratta di un film sul vuoto, alla fine, e sul prenderne coscienza proprio cercando di colonizzarlo con i rimedi di cui sopra – inutilmente. Hu Bo, giovane scrittore desideroso di adattare la sua opera per renderla più potente, di rinvigorirla con il supporto audiovisivo, ha firmato uno degli esordi più pesanti e indimenticabili di questo giovane secolo (tra le altre cose premiato come migliore opera prima a Berlino 2018 e apprezzatissimo da Béla Tarr e Wang Bing). La soluzione è un’atarassia di tipo stoico, di cui però non vi è possibilità di realizzazione e che alla meglio può manifestarsi come miraggio pachidermico, oltre rimane solo il deserto, e non si tratta del Gobi.

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Alvise Mainardi
Studente di Scienze Filosofiche, appassionato di cinema (continentale in particolare). Collabora con NSC dal 2015.