“Anima” di Wajdi Mouawad

Ogni situazione ha la sua potenza

Assassinata con cinque coltellate e l’arma piantata nel sesso, Léonie F. verrà ritrovata esangue dal coniuge, Wahhch Debch, riversa nel salotto della loro casa di Montréal. Il caso sarà affidato alla polizia della Sûreté du Québec e al coroner Aubert Chagnon, ma il responsabile dell’efferato delitto, Welson Wolf Rooney, si rifugerà nella riserva indiana Kahnawake, inaccessibile alla polizia federale. Una volta appresa la notizia, partirà una vera e propria caccia all’uomo in stile The Chase (Arthur Penn, 1966), che vedrà come protagonista il marito della donna.

Debch sembra anelare, più che ad una vendetta, a rischiarare con la verità le tenebre del suo cuore ormai alla deriva, inoltrandosi ossessivamente fino al dedalo della propria infanzia, alla ricerca di risposte da sempre taciute.

Anima (2012) non è soltanto il carosello d’una venagione infernale, ma soprattutto un iter mistico e suggestivo tra il totemismo e l’animalia, la spiritualità naturalistica dei nativi americani. Se nella tradizione indiana ogni uomo è legato a nove animali, che lo accompagnano sul suo cammino e dai quali ottiene talenti e capacità innate, tutti gli esseri risultano connessi gli uni agli altri attraverso la forza creatrice, “il Grande Spirito”. La particolarità del romanzo è proprio quella d’esser narrato, di volta in volta, da un osservatore animale differente a seconda del contesto in cui si svolge l’azione e dal suo peculiare punto di vista.

Nelle pagine di questo ipnotico noir la fauna, dal suo caratteristico osservatorio puntato sugli abissi dell’Homo sapiens sapiens, mostra una coscienza simile a quella umana, sebbene avulsa dal suo modo di comunicare.

Il protagonista sembra aver intrecciato, in una specie di trasmutazione avvenuta in un tempo e modo sconosciuti, il suo destino a quello delle bestie, compreso il suo ‘animale guida’: un cane selvaggio che ribattezzerà Mason-Dixon Line, come la frontiera che, durante la Guerra civile americana, separava gli Stati del Nord da quelli del Sud del paese: lo stesso nome del bar in cui s’imbattono nell’uomo che li aiuterà a fuggire dall’inesorabile, Humbert.

In questa sorta di durante animale, l’incontro accidentale di Debch con la “piccola fata dalle ali spezzate”, una lucciola diciassettenne di nome Winona, segna la svolta decisiva nella decalcomania di sé stesso.

Il titolo del libro non trae spunto unicamente dalla dimensione contemplativa – sebbene non religiosa – del racconto, bensì da Animas, una zona autonoma a sud del New Mexico, dove avrà luogo il coup de main decisivo.

Interrogandosi sulla “questione indiana”, le leggi d’integrazione e la Guerra di secessione, l’autore pone l’accento sulla condizione del political body e su deportazioni, scontri e massacri che portarono, con pesanti perdite in termini di vite umane, alla sottomissione completa delle tribù degli amerindi alla sovranità statunitense. Una delle cause della discriminazione razziale su base etnica e del problema dell’intolleranza che affliggerà gli USA per tutto il XX secolo e tuttora tristemente attuale.

Nonostante gli esseri umani abbiano acquisito il dono della verticalità, conducono la loro esistenza curvi sotto un peso invisibile: prigionieri della loro ragione e vittime dell’esigenza costante di materializzare l’incomprensibile. Tutto soccombe all’hallalì delle speranze, ma forse una qualche giustizia (più terrena che) divina è davvero possibile.

Wajdi Mouawad
Anima
Fazi Editore, 2015
pp. 496, € 18,50