Nella Romania del dicembre 1989, il regime di Ceaușescu è ormai boccheggiante e fronteggia proteste di piazza sempre più frequenti e frequentate, nonostante mantenga ancora i suoi rituali propagandistici tra show televisivi kitsch e bandiere rosse – e nonostante la Securitate, la polizia segreta, continui a fare le sue funzioni con la violenza che le è propria. Nel frattempo la vita dei privati cittadini continua a scorrere: sei esistenze apparentemente sconnesse si ritroveranno a incrociarsi sullo sfondo degli imminenti cambiamenti epocali, in una tensione dal crescendo inevitabile…

Il 1989 e la caduta del regime personalistico di Nicolae Ceaușescu, che fu probabilmente il più rigido e sanguinario tra i paesi europei del Patto di Varsavia (e che, forse proprio per questo, si concluse nella maniera più violenta, con molte vittime in scontri di piazza, l’esecuzione del dittatore e una transizione particolarmente traumatica) è sicuramente uno dei ‘chiodi fissi’ del fertilissimo cinema rumeno recente: non si contano, infatti, le sue rappresentazioni filmiche, da A Est di Bucarest (2006) del pioniere del ‘Noul Val Românesc’ Corneliu Porumboiu, incentrato proprio sulla spinosa e contraddittoria elaborazione di quegli eventi ad anni di distanza, a Libertate (2023) di Tudor Giurgiu, racconto concitato dei fatti del dicembre 1989 dalla prospettiva ‘eccentrica’ della piccola città transilvana di Sibiu, passando per il brillante Uppercase Print (2020) di Radu Jude, dove il verbale del processo contro un giovanissimo e incauto dissidente è riletto in forma teatrale e alternato a stranianti immagini di repertorio della Romania ‘socialista’ (o meglio, stalinista). D’altro canto, anche film di risonanza internazionale non direttamente legati al 1989, come 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (2007) di Cristian Mungiu, sugli aborti clandestini, oppure Arrest (2019) Andrei Cohn, riflessione universale sui rapporti di forza tra le quattro mura di una prigione, sono comunque ambientati negli anni ‘80, in mezzo agli inconfondibili realia del blocco sovietico. 

L’impressione è che i cineasti di Bucarest, Timisoara e dintorni siano impegnati in un incessante tentativo di interpretazione del regime del ‘Conducător’ nella sua fase discendente, nel momento cruciale in cui, citando il notissimo adagio gramsciano, “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”: d’altronde, è proprio da lì, da fatti che ancora oggi suscitano reazioni controverse in seno alla società rumena (c’è chi li ritiene una sorta di congiura di palazzo, sminuendo la portata dell’attivismo dal basso) che prende forma la Romania del XXI secolo, membro dell’UE ma preda del capitalismo selvaggio con delocalizzazioni annesse, orgogliosa del retaggio del suo passato, ampiamente recuperato e valorizzato, ma anche, come molti suoi vicini, attraversata dallo spettro dello sciovinismo xenofobo. Scandagliare quella ferita aperta che sono i punti di svolta del convulso passato recente, soprattutto per quanto riguarda la società (e soprattutto la coscienza) civile nella sua dialettica spesso ambigua con la macchina dello Stato e i suoi vertici è dunque un indubbio imperativo del cinema rumeno contemporaneo, profondamente ‘politico’ nelle sue varie declinazioni.

Bogdan Mureşanu, qui al suo debutto nel lungometraggio dopo dei cortometraggi (The Christmas Gift e New Year’s Eve) che sviluppavano non a caso lo stesso tema, si concentra per l’appunto sulla società civile rumena: questo film corale vede infatti intrecciarsi sei vite di privati cittadini (uno, certo, è un privato cittadino piuttosto speciale, dal momento che si tratta del direttore di un’emittente radiotelevisiva ‘ufficiale’) ed è ambientato alla fine del dicembre 1989, in una Romania messa in ginocchio da una politica economica disastrosa, a ridosso del Capodanno del titolo, festa laica che doveva essere celebrata per l’ennesima volta dal padre padrone della Romania – ma ciò, come sappiamo, non avvenne. Le sei linee narrative che si intersecano incalzanti – l’impostazione formale e il tono della narrazione devono senz’altro molto agli illustri predecessori e connazionali del regista, tra cineprese a spalla e una buona dose di umorismo nero e paradossale – coinvolgono personaggi diversi, ciascuno con una visione che scaturisce da un proprio personale microcosmo, da uno studente che mette in burla il regime con gli amici e sogna di passare clandestinamente il confine attraversando a nuoto il Danubio a una coppia preoccupata dell’involontaria delazione del figlioletto attraverso una lettera a Nonno Gelo (il Babbo Natale del blocco sovietico), passando per un’attrice che dovrebbe fare i solenni e posticci auguri al dittatore in Tv, ma ormai, dopo le violente repressioni delle proteste in quel mese di dicembre, non può e non vuole più rassegnarsi a fingere e recitare una parte, in una congiuntura in cui, grazie a Radio Free Europe e affini, le notizie corrono più veloci della censura.

A prescindere dal loro diverso coinvolgimento nelle trame della politica e della Storia, tutte queste figure non potranno che condividere un’esperienza più grande di loro, ottimamente resa in un finale al ritmo del Bolero di Ravel, il cui travolgente crescendo ben rende la portata di “un singolo momento nel tempo che collega tutti a una coscienza comune”, per usare le parole spese dallo stesso Mureşanu nelle sue note di regia. E, quando iniziano i titoli di coda, vediamo effettivamente la Storia di ormai quasi 35 anni or sono, tra le riprese sgranate di folle che bruciano i ritratti del dittatore e rovesciano gli enormi alberi di Natale che erano stati eretti nelle città per celebrare un nuovo anno sotto la sua mano di ferro. L’ultimo fotogramma, però, cattura il volto del padre di famiglia preoccupato per l’eventuale delazione del figlio, fiero e a testa alta alla manifestazione del 22 dicembre in Piazza della Rivoluzione, a cui ha appena acceso (nel vero senso della parola) una miccia incendiaria. Forse sta per essere ucciso dalla polizia, forse potrà tornare a casa dalla famiglia e accompagnare la Romania nel suo percorso democratico: come che sia, il suo vissuto individuale è ormai indissolubilmente legato a quello collettivo.