Ariadne auf Naxos al Teatro alla Scala

“Auf dem Theater spiele ich die Kokette, wer sagt, daß mein Herz dabei im Spiele ist?”, “Se sul teatro io faccio la civetta, chi può dire che recita il mio cuore?” confessa Zerbinetta al Komponist nel prologo. L’ambiguità è il fascino dell’Ariadne auf Naxos. Il teatro nel teatro, la finzione dei commedianti, la commistione di tragico e comico sono i frutti della Stilverdrehungsmanie di Hoffmannsthal che, proprio come i tragediografi greci, fece del mito materia fluida. Non lo capì il pubblico nel 1912, quando l’opera Ariadne chiudeva il Bourgeois gentilhomme di Molière nella versione di Bierling-Reinhardt, tanto che Hoffmannsthal dovette aggiungere un prologo per darle vita a sé stante.

L’allestimento

In Ariadne esistono molti spunti metateatrali su cui poter sviluppare una regia. C’è l’attesa, ci sono due tipi diversi di donne, allegorie degli amori, c’è la duplice ambiguità tra la cornice e il quadro, la convivenza del Rococò con l’antico. Il giovane Frederic Wake-Walker, a cui è affidato il nuovo allestimento del Teatro alla Scala con ancora due repliche il 19 e 22 giugno, intende invece Ariadne come “incarnazione dell’opera stessa, ossessionata dalla morte, che guarda al passato distaccato dalla realtà”. La netta differenza che contraddistingue i due tempi è un dialogo non proprio chiaro tra passato e futuro. Nel brulicare di umanità del prologo c’è un po’ di Settecento e di Novecento. Nell’Oper si passa all’astrazione, in un infinito troppo contemplativo dove pure l’elemento comico perde di valore.

Jamie Vartan cura scene e costumi. Roulotte e furgoncini stanno parcheggiati nel salone del palazzo del ricco parvenu che comanda teatranti e cantanti. Qui la scena, col lampadario pendente e l’infilata di colonne, ricorda vagamente quella di Michael Levine per Capriccio di Carsen all’Opéra di Parigi. Successivamente si passa a un mare a zigzag, come quello che disegnano i bambini, con al centro una struttura ovale al posto della grotta, una sorta di conchiglia in cui Ariadne sparirà. Tale impianto indebolisce la grande aria “Großmäthige Prinzessin” che Zerbinetta si trova a cantare da sola, vanificando il confronto tra le due, previsto dal libretto fino a “Treulos-sie sind’s!”. Sulle tre pareti bianche laterali vengono proiettati i video di Sylwester Luczak e Ula Milanowska, stelle, supernove, galassie, nebulose che creano un effetto screensaver abbastanza inutile. All’arrivo di Bacco compare una gradinata, allusiva all’ascesa al cielo di Arianna, in un omaggio chiaro a quel Walhalla che Strauss cita chiaramente in buca.

Vari, ma confusi i costumi, soprattutto quelli per Zerbinetta.

Il cast

Il maestro Franz Welser-Möst, specialista del repertorio straussiano, adotta due pesi e due misure, rendendo il prologo poco definito nella sua varietà tematica e leggendo l’opera secondo un sinfonismo non troppo composito. Attentissimo ai volumi, così da non coprire le voci, la sua è una interpretazione certamente precisa, ma incapace di arrivare allo stomaco.

Chi rimane impressa è sempre Krassimira Stoyanova, di cui ricordiamo ancora con viva emozione la Marschllin del Rosenkavalier del 2016. Primadonna e Ariadne perfetta, sublime nel fraseggio, sempre controllata nel volume, Stoyanova ritrae adeguatamente i vezzi della diva e la solitudine della donna abbandonata. La voce è omogenea in ogni registro, la linea di canto fluida e padroneggiata con disinvoltura. Arianna matronale, sulla scia della Norman, della Voigt, della Nilsson, supera a pieni voti il banco di prova “Es gibt ein Reich” e il duetto con Bacco.

La Zerbinetta di Sabine Devieilhe, pur non vantando voce grandissima, rapisce per la generosità della coloratura, affrontata con sicurezza e felice predisposizione al sovracuto. Si trova a suo agio sia nel canto lirico del duetto col Compositore, sia nell’impervia “Großmäthtige Prinzessin” che le fa conquistare l’unico applauso a scena aperta.

Meno centrato il Komponist di Daniela Sindram, dall’acuto un po’ sordo e dall’emissione non sempre esatta. Non indimenticabile il Bacco di Michael Koenig, tenore dalla voce robusta, ma poco incline alle sfumature, costretto a destreggiarsi con una tessitura difficilissima. Pregiato il Musiklehrer di Markus Werba.

Un buon contorno

Efficaci il Tanzmeister di Joshua Whitener, il Perückenmacher di Ramiro Maturana, l’Offizier di Riccardo della Sciucca e il Lakai di Hwan An. Nel quartetto delle maschere l’Harlekin di Thomas Tatzl appare un po’ sbiadito, mentre Krešimir Spicer, Tobias Kehrer e Pavel Kolgatin sono rispettivamente corretti Scaramuccio, Truffaldin e Brighella. Qualche differenza di intonazione non affossa il trio delle ninfe, la Dryade di Anna-Doris Capitelli, la Najade di Christina Gansch e l’Echo di Regula Muehlemann.

L’Haushofmeister è il Sovrintendente del Teatro alla Scala Alexander Pereira che con piglio deciso detta i tempi del Vorspiel e mette in riga tutti.

Consensi e applausi calorosi, in particolare per Stoyanova, Devieilhe e Koenig, alla recita del 28 aprile.

Luca Benvenuti

Credits: Marco Brescia e Rudy Amisano