Il cielo grigio di Parigi non faceva per Vincent van Gogh. Luce, sole, calore: le condizioni migliori per sviluppare il prorio talento; “Vai a sud” gli consigliò l’amico e collega Paul Gauguin. Così, quello che sarebbe divenuto uno dei pittori più conosciuti di sempre, trasferitosi ad Arles, nella Francia meridionale, inaugurò un fecondo periodo artistico che – purtroppo – coincise anche con l’aggravarsi delle sue crisi psicotiche. Dopo essere stato ricoverato in un ospedale psichiatrico a Saint-Rémy-de-Provence prima e aver trovato rifugio presso un medico a Auvers-sur-Oise poi, dopo aver dipinto centinaia di opere radicalmente innovative (75 negli ultimi 80 giorni di vita), l’artista olandese si spense a soli 37 anni, ancora non pienamente riconosciuto, a causa di un colpo d’arma da fuoco all’addome.

Guarda le foto del cast di At Eternity’s Gate a Venezia 75.

Ci voleva un pittore per portare al cinema quella che non è una biografia di Vincent van Gogh, ma più una riflessione sull’atto della creazione artistica in sé. Non c’è dubbio, infatti, che in At Eternity’s Gate (il titolo è mutuato da quello di un ritratto datato 1890) pensieri e convinzioni di Julian Schanabel si fondano con la tormentata vicenda dell’autore di Notte Stellata. Il bravo e camaleontico Willem Dafoe si assume la responsabilità di rivaleggiare con l’iconico volto di Kirk Douglas – finora detentore indiscusso dell’immaginario collettivo cinematografico legato a van Gogh grazie a Brama di vivere, 1956, di Vincente Minnelli – e incarna con convinzione il pittore post impressionista.

Vuole essere un viaggio nei sensi quello orchestrato da Schnabel, quasi una performance fatta di pennellate veloci e sguardi trascendenti tra umano e divino, tra anima e natura. Macchina a mano, inquadrature oblique, lunghi attimi contemplativi, sulla scia dell’ultimo Malick contribuiscono al tentativo di rendere At Eternity’s Gate un’esperienza viva, materica, capace di cogliere l’act of painting nella sua essenza. Ma il film che il regista di Lo scafandro e la farfalla ha presentato in prima mondiale alla 75. Mostra del Cinema di Venezia racconta un’altra storia.

Tra sequenze didascaliche e dialoghi spesso semplicistici, la bellezza del gesto artistico fatica ad emergere nella sua purezza. Di certo non un obiettivo semplice da raggiungere quando, a metterci lo zampino, c’è l’ego del regista, pronto talvolta a intrufolarsi tra i pensieri di Vincent, quasi quanto le “voci” e le “visioni” che popolavano la mente del pittore. Tra realtà e finzione, tra eventi documentati, pensieri storicamente attendibili e situazioni immaginarie, At Eternity’s Gate rimane vittima di un processo artistico che non scaturisce dall’essenza del personaggio e nemmeno dal nucleo primitivo dell’atto artistico in sé, ma si rivela costruito ed elaborato artificiosamente, in barba alla spontaneità del gesto tanto sbandierata.

L’estetica raffinata del film e i meravigliosi paesaggi realmente dipinti da van Gogh non bastano a scatenare sul grande schermo quella rivoluzione che il pittore olandese avrebbe innescato solo pochi anni dopo la sua morte, mentre il demone della creazione artistica rischia di rimanere intrappolato nei vizi di forma di questo biopic (falsamente) alternativo.