“Auto da fé” di Elias Canetti

Primo lavoro di Canetti, elaborato tra il 1930 e il 1931, fu in realtà dapprima concepito come uno degli otto libri contemporaneamente abbozzati nell’arco d’un intero anno: soltanto in seguito l’autore si concentrò perlopiù su un unico manoscritto.

Inizialmente intitolato Kant prende fuoco, rimase con quel titolo per i successivi quattro anni in cui nessuno volle pubblicarlo, finché nel 1935 – anno della sua uscita viennese per l’Herbert Reichner Verlag – venne cambiato in Die Blendung (Abbagliamento), al fine di evitare l’omonimia col noto filosofo. Nella traduzione londinese dell’opera, tuttavia, l’autore scelse il titolo che in seguito espresse il desiderio di mantenere anche per l’edizione italiana: Auto da fé.

Il primo pensiero, post-rilegatura in tela nera, fu quello d’inviare il romanzo a Thomas Mann, il quale lo rispedì al mittente dopo pochi giorni senza neppure leggerlo, scusandosi e sostenendo che “le sue forze non erano sufficienti all’impresa”. Soltanto dopo la pubblicazione, Mann lo lesse ed indirizzò una lusinghiera lettera a Canetti, cosa che suscitò in lui sentimenti contrastanti per via del precedente rifiuto.

Il protagonista del romanzo (unicum nella carriera dell’autore) è Peter Kien (indicato nei primi abbozzi con la sigla B., Brandincendio – e successivamente come abbreviazione di Büchermensch, cioè Uomo dei libri), quarantenne studioso e sinologo, nonché fiero proprietario della più importante biblioteca privata della sua città.

Kien è uno spilungone di quarant’anni, ossuto, proverbialmente taciturno e dalla prodigiosa memoria: vive perlopiù all’interno del suo studio ed esce soltanto tra le sette e le otto del mattino, per l’abituale ricognizione delle vetrine delle librerie cittadine. Fiero della sua claustrofilia, rifugge ogni ulteriore contatto con la socialità, che ritiene un superficiale groviglio di menzogne, snobisticamente indotto com’è ad anteporre la scienza e la cultura ad essa.

Ha un fratello, Georges (vero nome del fratello di Canetti) ex ginecologo convertitosi alla psichiatria e residente a Parigi, ed una governante gretta ed incolta, con la mania della sua sottana blu inamidata, Therese, nonché l’esatta personificazione d’ogni sorta di meschinità terrena.

Dopo aver avuto la brillante idea di sposare la donna a suo servizio da ben otto anni, unicamente allo scopo di garantire un dignitoso avvenire ai suoi preziosi volumi, tra sevizie (una rovinosa caduta dalla scala lo costringe a letto per sei settimane), abusi e pressioni testamentarie d’ogni sorta da parte di lei, l’esistenza dello studioso finirà per stravolgersi e restar tramortita da una specie di faida coniugale, infarcita di odio, tradimenti e percosse.

Il testo si articola in tre parti, dai rimandi piuttosto eloquenti: “Una testa senza mondo”, “Un mondo senza testa” e “Il mondo nella testa”. Soprattutto nella seconda, esasperato dalla moglie e ormai ristabilitosi, è costretto a svignarsela e decide così d’istituire una specie di biblioteca itinerante, stipata nei proverbiali recessi della sua mente.

Proprio durante questo suo peregrinare senza meta, Kien incappa casualmente in una sordida e brumosa bettola, “Al Paradiso Ideale”, in cui conoscerà il secondo aguzzino della sua già traballante realtà: Siegfried Fischer, detto Fischerle, un nano ossessionato dagli scacchi e dalle strane sembianze di gibbone, che finirà per prendere servizio presso di lui.

Da quel momento in poi, una serie d’inquietanti personaggi, al limite del mefistofelico, si affiancheranno a quel suo ramingo nomadismo ed il romanzo assumerà una connotazione surreale simile a quella delle maggiori opere della letteratura russa del XIX secolo (lo stesso Canetti si riteneva debitore di Dostoevskij).

Kien resterà inerme dinanzi al loro ordire trame luciferine ai danni del suo patrimonio e della sua salute psicofisica, al punto da farsi ingenuamente soggiogare, derubare e persino segregare dal terzo dei sui carnefici, un ex poliziotto, ora portiere nel suo stabile ed amante di Therese: Benedikt Pfaff.

Sulla falsariga de La Commedia umana di de Balzac, Canetti intavola la sua “Comédie humaine dei folli”, un’opera asfittica e ridondante in cui alterna la (tragi)commedia degli equivoci ad un beckettiano teatro dell’assurdo e s’inerpica su tematiche quali la superazione del sesso; l’inesistenza dell’amore; la concezione kantiana di lavoro; l’intelligenza concepita come malinteso e la pazzia come pura spiritualità; l’impulso dell’uomo di collocarsi e perdersi nella “massa” in una vera e propria lotta per l’esistenza.

Soprattutto su quest’ultimo concetto pose particolare risalto a causa d’un episodio che lo turbò profondamente, avvenuto una mattinata lugliatica del 1927, mentre alloggiava da studente di chimica in una stanza fuori Vienna nella quale visse per sei anni. Quel giorno, dopo aver letto i consueti giornali, si unì ad uno dei cortei di protesta di alcuni operai viennesi, che avevano subito una sentenza ingiusta a seguito d’una sparatoria nel Burgenland. La rivolta si concluse con un incendio al Palazzo di Giustizia: la polizia ebbe l’ordine di sparare sugli astanti, i morti furono novanta.

Anche Kien rimane vittima d’un totale parapiglia, di situazione kafkiane e di avventori alienati nei propri microcosmi misogini e deliranti, sostrato dell’esistenza stessa del protagonista. Tra il riscatto dei libri al Theresianum (monte dei pegni), il presunto fantasma della moglie (creduta erroneamente morta), due falangi del mignolo sinistro amputate e la continua parabola discendente all’interno della quale si lascerà fagocitare, soltanto l’egida del fratello, accorso a seguito d’un “misterioso” telegramma, proverà a risollevare le sorti avverse e ristabilire l’illusione d’una qualche normalità. Ma, forse, sarà proprio lui a fornirgli inconsapevolmente il pirico la per la conflagrazione definitiva…

Elias Canetti
Auto da fé
Gli Adelphi, 2001
pp. 548, € 15,00