Questa formazione sorta nella Sicilia nordorientale da una quindicina d’anni si è già ritagliata una sua identità nel complesso e frastagliato mestiere di “fare” musica sviluppando una base country rock blues, che voli tra le braccia robuste delle sonorità Etnofolk, ove per questo impegnativo doppio nome, si intenda anche una certa ricerca territoriale e antropologico-linguistica, di cui alcuni aspetti che ci hanno colpito approfondiremo dopo.
La capacità di veicolarsi e promuoversi trova uno spunto decisivo nel linguaggio usato nei testi, in cui si trovano incastonati storie, emozioni, versi, sensazioni, suggestioni, pathos, e luoghi comuni anche abbastanza piacevoli da ripercorrersi nella proposta musicale sempre scoppiettante dei “Beddri” [ove la doppia “dd” prende e pretende la classica, celeberrima sonorità siciliana nota in tutto il mondo, ma riprodotta bene solo da chi nasce nell’Isola e ci rimane nell’età del prelinguaggio; altrimenti la “dd” sarà sempre la solita “dd” latina e non una “ddr” sicula]. Nata con un allestimento strumentale più scarno, questa band di “canzunaturi sicilianisti” inizialmente aveva pensato ad una base ritmica data esclusivamente dal tamburello “a cornice” tipico italo-meridionale, pur ripromettendosi già in modo nativo la scommessa di provare a mettere sullo stesso sentiero artistico la ballata folk, il blues, il country e il cantautorato, con una recente virata verso il pop proprio nell’ultimo segmento temporale della loro entusiasmante carriera artistica, scelta che secondo noi sta dando i suoi meritati frutti, aumentando la capacità di attirare e ingolosire taluni segmenti di mercato musicale tendenzialmente non troppo votato alla musica di ricerca a marcato imprinting regionale.

Ecco la poliedrica ed interessante composizione del sestetto: Davide Urso: Voce narrante i “cunti”, Marranzani, Tamburi a cornice, Mandolino. Mimì Sterrantino: voce, chitarra acustica, chitarra dodici corde, armonica, mandolino. Pier Paolo Alberghini: contrabbasso e basso elettrico. Alessio Carastro: batteria e percussioni. Giampaolo Nunzio: voce, Zampogna, Friscalettu, Organetto, Flauti di canna, Flauto traverso, Bouzouki. Francesco Frudà: chitarra elettrica. Credo che i Beddi abbiano alcune peculiarità, rispetto alla formazione, che è utile approfondire. Se è vero che in registrazione si avvalgono della piena rappresentanza di tutti i componenti la band, più una pletora di collaborazioni artistiche di rilievo, in talune occasioni sono capaci di presentare al pubblico uno degli spiriti tutelari dentro alla loro stessa anima corale, che è ridotto a soli quattro (poli)strumentisti, e che poi curiosamente loro stessi si divertono a sottolineare essere la versione “da matrimonio” comprendendoci anche piccoli eventi, senza batteria-percussioni e chitarra elettrica. Un loro imminente tour in USA, tra gli emigranti italiani delle varie generazioni, usa ad esempio proprio la loro configurazione “a quattro” e porterà oltreoceano il loro repertorio unito ai classici siciliani senza tempo. Un aspetto che subito, prepotentemente “entra” nel cuore di chi ama questo genere, e titilla chi ne possa esserne inizialmente indifferente, è il registro linguistico impiegato nel raccontare le loro storia. Secondo una personale valutazione, la musicalità dei Beddi usa (e forse addirittura affina) le “armi” in un certo senso già brillantemente usate da Camilleri nella trasposizione letteraria-televisiva del suo Montalbano: il celebre commissario parla infatti un italiano flesso verso l’Agrigentino-Licatese; e del resto, non dimentichiamoci che quasi tutti i linguisti concordano esser quella la culla più antica della lingua siciliana attuale. In questo modo Zingaretti & Soci, hanno incassato i notissimi felici risultati nella pressochè piena comprensione dei dialoghi oltre all’areale sud italico. Mentre i Beddi, altrettanto gradevolmente, si posizionano linguisticamente in una commistione Ibleo-Peloritana presente nel trapezio geografico Acireale – Etna – Taormina – S. Teresa di Riva (più greco-fenicio, che non l’arabo Camilleriano). Ascoltate ad esempio dei termini ormai in nostalgica decadenza come “vitti” (che resiste nel taorminese), per indicare “ho visto” o “bbissari” che sta nel catanese jonico per “sistemare in un certo modo”.
Smussate quindi le rispettive forti inflessioni che caratterizzano i capoluoghi siculo-nordorientali, con la “lingua di provincia” riescono a cogliere nei loro suoni una eleganza musicale davvero più che raffinata, capace di trovare nel suo equilibrio il giusto appeal verso un pubblico eterogeneo come estrazione culturale, senza essere né troppo nobile, o artatamente sfarzoso, ma nemmeno da sagra bucolica. I cunti, insomma, che spesso si musicano o si declamano nei loro concerti dalla suggestiva voce di Davide Urso, se provassimo a chiudere gli occhi, non provengono dalle residenze Gattopardiane della Sicilia decadente tardo borbonica del ‘700, ma neanche dalle feste campagnole delle raccolte annuali, con i bimbi vocianti e la tavolata nell’aia.
Piuttosto girovagano tra temi classici della sicilianità con coraggiose uscite verso episodi e occorrenze moderne, ma con una attualità che si “veste” dei sentimenti, pensieri, nostalgie, drammi di una Sicilia che va sparendo senza rendersene (né rendercene) conto. Ed ecco perché torna prezioso il pop, che davvero non ti aspetteresti in tale contesto. Mi sono convinto che il chiavistello giusto, i Beddi lo abbiano trovato, per entrare nello scrigno della popolarità, quella polverosa e struggente di certa Sicilia che ormai ci scivola come sabbia attraverso i polpastrelli: è proprio quando si intonano i “cunti”, termine che non riesce appieno a tradurre “racconti” in italiano o i “tales” angolofoni.
I “cunti”, hanno una sonorità, una capacità evocativa, una marcata musicalità con la quale inframmezzano e contrappuntano strategicamente il repertorio nelle loro performances live, tanto da poter far percepire allo spettatore dal vivo una “concept way” e non già brani autoreferenziali; sembrano piuttosto il collante del messaggio musicale e ne rimarcano la nativa ricerca artistica . Talvolta abbiamo ascoltato i Beddi con alcune rivisitazioni del loro repertorio in cui si affaccia una voce femminile, sia come portante della strofa sia come coretto e vocalizzo. Una delle cose che non riesco a trattenere nella mia tastiera, è recensire a mio modo la voce del polistrumentista santateresino Giampaolo Nunzio, che spaziando tra una caterva di strumenti della tradizione siciliana, offre nell’economia corale dei Beddi, uno spunto in più di antiche eco struggenti, mai del tutto dimenticate. Sarei di primo acchito portato a paragonare la timbrica della sua voce ad un Demis Roussos (ex Aphrodite’s Child, poi solista più intimista e meno progressive degli ex compagni) un po’ meno strascicato, ma poi, ascoltando, e mentalizzando i video e le mie partecipazioni ai live ove tento di avere sempre la migliore posizione di ascolto, la soluzione descrittiva del trasporre a parole il miracolo delle sue corde vocali ce l’ho sempre avuta sotto gli occhi.
E va scritto, con il mio mestiere, Punto! “Sento” nel suo canto qualcosa che riaffiora da uno degli stessi strumenti che suona, la zampogna! Una voce “zampognata”, tra i virtuosismi dei Beddi avvolge in un ideale vello di pecora tutto il messaggio storico, etnofolk e musicale che vuole esportare la band. Roba da veri intenditori. Ora so che non mi saluterà più. I riff che si trovano presenti nei loro brani restano molto accattivanti, e possono permettersi di salterellare tra i generi da cui proviene l’imprinting antico di questa formazione: le sorprese della chitarra blues ci prendono piacevolmente di soprassalto con scale ammiccanti e virtuose, altrettanto gli instrumentals posizionati in molti brani (ricordiamo che Beddi per lo più suonano in 6/8) godono della virtuosità dei polistrumentisti, capaci di prendersi carico di portare avanti il motivo principale, o talvolta di cambiarne addirittura tempo e timbrica. Mancano le tastiere classiche, assenza che non desta rimpianti grazie alla attenzione musicale del settimo Beddu, il produttore & fonico Ottavio Leo con i suoi spunti magistrali nell’arrangiamento; i “vuoti” armonici sono bilanciati dalle frasi di friscalettu, di zampogna, di organetto, marranzano e dai ritmi incalzanti spesso contrappuntati. Dal punto di vista vocale, devo riconoscere ai beddi che non cascano nel perdonabilissimo “tranello” tradizionale della sovrapposizione delle voci su note lunghe, più che tipica in Sardegna, ma anche in parecchia musica siciliana di ricerca popolare. Così è facile che si perda la bellezza evocativa della storia e insieme il sapore pop del pezzo che si sta presentando a chi ascolta; lì dove altri tirano idealmente un piumone invernale non sempre opportuno sulla musicalità strumentale, quando invece c’è solo un po’ di freschetto dopo un temporale estivo. Nel nostro caso i sei ragazzi Beddi rifuggono da questo rischio. Vi invito invece a gustare i versi in dialetto alternati con quasi-traduzioni in italiano. E in effetti, le rare volte che si vuole che l’asse portante sia l’essere struggente, le sovrapposizioni vocali, in sé molto azzeccate, restano pimpanti, senza troppi motivi larghi, appunto per restare in linea con l’asse ritmico e il fraseggio sempre agilissimo del basso. E scusatemi tutti, non riesco a trattenere nei tasti questa mia impressione nata spontaneamente ascoltando e riascoltando neanche tante volte, specie dal vivo, “vitti affacciari lu suli di notti”, quando alla fine della strofa vocalizzata, il ripetersi ciclico di due accordi in ripetizione AB-BA-AB-BA… sembra evocare una leggendaria ambientazione armonica dei Dire Straits in Romeo & Juliet prima del “solo” di chitarra elettrica. Sicchè (è una richiesta diretta e personale alla governance artistica, tecnica e promozionale della Band Siciliana) allestire un duetto tra Mark Knopfler alla chitarra e Giampaolo Nunzio alla Zampogna mi permetterebbe di morire contento e soddisfatto di aver visto davvero tutto.
Nel film Tutti a Bordo, di Luca Miniero con Stefano Fresi, Giovanni Storti, Carlo Buccirosso, in uscita il 29 settembre, si ascolta Tarantella i mastru Nunziu, una ballata dei Beddi.
(G.Massimo Cicala)



L’Esordio al cinema.


