Il Beethoven rivelatore di Marco Angius

Attesa per l'ultima accoppiata sinfonica prima del gran finale

Alle soglie dell’ultima accoppiata dell’integrale sinfonica del Ludwig Van Festival, passo obbligato prima di poter accedere al concerto conclusivo dedicato interamente alla Nona, l’esito del concerto di mercoledì 27 luglio è in parte già stato annunciato dallo strepitoso successo dell’esecuzione della seconda e della settima sinfonia.

Appianato dal passare del tempo l’attrito armonico scatenato all’orecchio dell’ascoltatore, quell’atteggiamento sovversivo rilevato dai critici all’apparizione delle Sinfonie sembra dunque non essersi affatto esaurito del tutto, bensì alimentato nel tempo, ora sotto le mentite spoglie di stuzzicanti possibilità timbriche tutte ancora da approfondire. Non dovrebbe dunque sorprendere l’ampio corredo coloristico che ha rivestito la seconda e la settima sinfonia, considerando in primis i connotati cameristici propri dell’Orchestra di Padova e del Veneto, se non fosse per il curioso accostamento di entità sonore già riconosciute dalla storia ma non propriamente riconducibili al classico modello dell’estetica beethoveniana. In questo modo Marco Angius suggerisce un punto di osservazione alternativo, se non privilegiato, dettato dalla volontà di scrutare pienamente la natura ancora fertile delle sinfonie che rivelano oggi un’inedita apertura alla totalità delle esperienze sonore che la storia della musica, soprattutto la più recente, ci ha consegnato. Un rovesciamento prospettico che permette di avvicinare maggiormente le sinfonie ai giorni nostri, nonostante il linguaggio le indirizzi a un’epoca ben precisa.

Così l’accostamento delle due sinfonie trova, a partire dalla tonalità d’impianto e dalla lenta introduzione al primo movimento che le accomuna, maggiore affinità al punto da accrescerne il pathos, controbilanciato dal pieno godimento derivato dall’ascolto. Nonostante l’economia dei mezzi, è la vastità dei colori offerti in questo terzo appuntamento beethoveniano a sbalordire anche l’orecchio meno avezzo a giochi di questo tipo, tesi a potenziare la cantabilità del Larghetto della seconda, oltre al sempre più rapido sussegguirsi dei temi della settima, ora esposti in un unico respiro senza le consuete pause che demarcano i confini dei vari movimenti.

Cosi l’esperimento è destinato ad intaccare mirabilmente l’aspettativa del successivo appuntamento, penultimo della serie con la terza e l’ottava in programma, in quanto cardine dell’intero percorso esecutivo. Un impianto che continua a trovare il suo parallelo, non senza una certa dose di ironia, nella consequenzialità armonica che vincola il sistema tonale con il quale Beethoven forgia le sue opere con ampia lungimiranza. Sotto questa luce, il prossimo concerto si investe della carica propria di un accordo di dominante, ovvero il momento che determina il ristabilimento della tonalità, qui ravvisata nell’intero ciclo, debitamente preparato dal rinforzo della seconda dominante presentata con l’esecuzione della seconda e della settima appena descritta.
Niente di più di un’ulteriore chiave di lettura che, nonostante tutto, rimane subordinata al naturale godimento che questa musica provoca all’animo del suo interlocutore.