Nuvole in salotto: una citazione del designer Richard Clarkson, creatore delle nuvolette domestiche fluttuanti. Benché la sua regia sia stata da taluni paragonata a quella di Cassavetes, il giovane e promettente regista Rafael Palacio Illingworth, messicano naturalizzato statunitense, vuole però probabilmente solo assomigliare a sé stesso: “In ognuno dei protagonisti c’è una parte di me e delle mie esperienze – rivela – posso ancora permettermi opere abbastanza autobiografiche”.

Con questo suo film tenero e tragico, seconda opera (la prima era Macho del 2009) si apre il 34° Torino Film Festival. All’insegna non di progetti multimilionari bensì di un cinema indipendente, con un budget al di sotto del milione di dollari. “Era importante per me – spiega il regista – rendere l’umanità dei personaggi e ho fatto molto lavoro per evitare stereotipi con colpevoli e innocenti.”

La nuvola, che torna in salotto anche alla fine, ma diversa, è la rappresentazione di quella strana energia che è il collante che tiene unita la coppia, ma anche la minaccia incombente, l’impalpabile senso di imprigionamento, difficile da descrivere e ancora di più da giustificare, che la avvolge quando questa si immedesima in una stringente convenzione sociale come il matrimonio.

Accanto a un reading intenso alla Raymond Carver sono bravissimi i protagonisti Ben Feldman (Henry) e Olivia Thirlby (Dianne) e un cameo con Peter Bogdanovich. Non è un messaggio di fedeltà ma nemmeno un inno al tradimento. Il film osserva e racconta con una regia a volte lenta, ma estremamente realistica, non fa la morale a nessuno ma dice una verità senza fronzoli, come capita nella vita, a molte, forse a tutte le coppie. E se alla fine c’è una speranza, di certo non è mai come uno se la aspetta. Il finale lascia aperto allo spettatore di immaginare se questa coppia ce la farà, magari paragonando questa vicenda alla sua stessa vita.