La vera grande sorpresa di questa edizione di Biennale Musica risiede nell’effettiva mancanza di un leone d’oro. Il premio che è stato assegnato ai giganti del Novecento, incluso lo sbandamento provocato da Tan Dun, quest’anno non ha raggiunto l’abbraccio di Keith Jarrett per motivi si salute del jazzista statunitense, secondo quanto annunciato dalla Biennale in un comunicato di qualche mese fa. Così il concerto di solo piano è stato prontamente sostituito da quello del Parco della Musica Contemporanea Ensemble che, dopo il progetto Zappa, ha proposto un cambio di programma con tre brani di Elliott Carter.

Insieme al concerto di Jarrett, spariscono così le tracce del tributo a lui dedicato. Non un cenno in serata da parte della direzione, come se il mancato ritiro avesse innescato l’immediato annullamento del premio stesso. In un clima di leggera indifferenza si avvia dunque il programma-omaggio a Carter, autore che, tra le altre cose, è stato legato al nostro paese in un passato non troppo lontano. Ma il rapporto tra il compositore americano e il nostro modo di concepire la sua musica questa volta non ha saputo rinnovarsi, ad esempio, nel rapporto tra orchestra e pianoforte. Il suo Dialogues, purtroppo, è apparso privo di qualsivoglia caratterizzazione dinamica, “verve” o, più in generale, direzionalità. Al posto di intercettare i presupposti per un dialogo tra strumenti, al punto da interromperlo poi bruscamente, le innumerevoli note nella parte del pianoforte sono scivolate sulla linea di un forse più cauto ma pur sempre piatto orizzonte esecutivo.

L’attesa innanzi alla possibilità di poter ascoltare in prima esecuzione nazionale un lavoro del 1997 come Luimen (umori), è stata tradita dalla mancata fusione tra il brulichio innescato dall’unione di mandolino, arpa e chitarra, e gli ottoni all’interno del quale si sarebbero dovuti espandere in dinamiche escursioni sonore. La fine scrittura contrappuntistica di Carter si scardina davanti agli occhi di tutti, e i suoni armonici degli strumenti a pizzico non ritrovano più l’innesto nel tronco dell’opera, così come il successivo Concerto per oboe si sgonfia all’interno di una costretta gamma espressiva. Un cenno a Maderna nel fuori programma proposto dall’oboista Fabio Bagnoli ne conferma l’impressione, al pari della precedente esibizione di Lucio Perotti al pianoforte, nel generale clima di compiacimento da parte dei musicisti.