Biennale Teatro 2020, tutte le novità

Babilonia Teatri

E’ immaginato come un Padiglione Teatro Italia il 48. Festival Internazionale del Teatro firmato dal Direttore Antonio Latella, un’esposizione di artisti italiani in scena dal 14 al 25 settembre a Venezia con 28 titoli per 40 recite, novità assolute attorno al tema della censura.

Censura, perché? La parola al direttore

«In questi tre anni ho voluto evidenziare artisti internazionali da far conoscere al pubblico italiano, e quindi anche agli artisti italiani. Cercando nella programmazione un confronto diretto, una contaminazione capace di arricchire il nostro bagaglio di ricerca. Il quarto anno diventa per me la valorizzazione del teatro italiano, da far conoscere a un pubblico internazionale, uscendo dai nomi conosciuti che in qualche modo sono già riusciti a imporsi all’attenzione degli operatori stranieri, e quindi a entrare nelle leggi di mercato. Abbiamo cercato di costruire una mappatura di artisti che sono al di fuori di queste leggi e che raramente vengono programmati dai teatri istituzionali, ma che si stanno imponendo all’attenzione della critica e degli operatori; artisti che, soprattutto, stanno costruendosi un loro pubblico, fortemente trasversale e che esce dalla costrizione dell’abbonamento.

Molti artisti invitati sono giovani, alcuni giovanissimi usciti dal College di Regia della Biennale (per valorizzare il percorso fatto in questi anni, che si è preso la responsabilità di provare a lanciare nuovi talenti italiani), altri più grandi ma solo per questioni anagrafiche. Ho chiesto a tutti gli artisti un incontro e un confronto serio, che responsabilizzi la loro presenza nella Biennale 2020, ma anche che sostenga un pensiero “artistico” di Direzione Artistica.

A tutti gli artisti è stato proposto di lavorare sul tema della censura, cercando di uscire dall’ovvietà di questa proposta per pensarla come valore “alto” da proporre al pubblico e agli operatori, pensando che i teatranti italiani faticano a entrare in un mercato internazionale e che quindi, in qualche modo, vengono censurati, per il solo fatto di essere teatranti italiani. Di fronte a ciò, il mio lavoro di Direttore Artistico si affida al confronto con gli artisti chiamati a costruire con me una sorta di collettiva di teatro italiano sotto questo tema: Atto quarto – NASCONDI(NO). Ovviamente tutti gli artisti ospitati porteranno in Biennale un debutto, quindi, in qualche modo, si tratta di una Biennale Teatro senza rete, perché la scelta del Direttore non è avvenuta su spettacoli già visti ma sugli incontri e sui contenuti; questo in parte mi libera dal rischio della censura, non avendo visto nessuno dei lavori che verranno ospitati in Biennale. In parte, naturalmente.

Il confronto con gli artisti è costante e continuo e la parola “censura” ha innescato un meccanismo che sta portando tutti gli artisti, lavorando a distanza, a far parte di un unico grande processo creativo che riguarda tutto ciò che viene censurato perché altri ce lo impongono, quello che censuriamo perché siamo noi stessi a imporcelo, anche solo in una normale discussione; inoltre, riguarda tutto quello che decidiamo di non dire, fino a ragionare su tutto ciò che consapevolmente o meno censuriamo perché condizionati dalla società, dalla cultura o dall’educazione, dal nostro ceto sociale o dal politicamente corretto.

A tutti gli artisti è stato chiesto di andare oltre la consuetudine delle programmazioni teatrali, cercando di liberarli dalle leggi di mercato che costringono i produttori, ma anche gli stessi artisti, a censurare le proprie scelte, già nello scegliere un autore piuttosto che un altro, perché consapevoli che il nome di alcuni autori, già su carta, impone una censura, per motivi storici, politici, di fruizione e di presa sul pubblico.

Censuriamo. Perché? Vogliamo proteggere o semplicemente non siamo in grado di proteggere e quindi censuriamo perché vogliamo proteggerci. Eppure il teatro nasce soprattutto per esorcizzare le nostre paure, non censurare per comprendere e conoscere, sconfiggere ciò che siamo accettandolo».

Gli artisti

Leonardo Lidi, Fabio Condemi, Leonardo Manzan, Giovanni Ortoleva e la vincitrice dell’edizione 2019/2020 Martina Badiluzzi sono i registi usciti dal vivaio di Biennale College. Con loro anche Caroline Baglioni, promossa dal College Autori Under 40. Vicini, per generazione, sono Pablo Solari – regista, drammaturgo, musicista, nonché autore di serie web con il gruppo satirico “Il terzo segreto di satira” – e Alessandro Businaro, regista e autore.

Le compagnie presenti sono formazioni indipendenti raccolte attorno a un modo di fare teatro che esca dalle consuetudini. Dal duo AstorriTintinelli, autori di sarcastici adattamenti di classici, a Biancofango, oggi fra i gruppi più apprezzati. Da Industria Indipendente, collettivo di ricerca dedito alle arti performative e visive, a Babilonia Teatri, già premiati con il Leone d’argento alla Biennale di Venezia nel 2016. Da Nina’s Drag Queens, che rilegge in chiave ironica e iper-espressiva, ovviamente en travesti, classici della tradizione teatrale, al Teatro dei Gordi, tutti attori e attrici della Scuola “Paolo Grassi” di Milano diretti da Riccardo Pippa, fino alla più recente formazione tutta al femminile di UnterWasser, fondata nel 2012 da Valeria Bianchi, Giulia De Canio, Aurora Buzzetti.

Nel solco di una ricerca autonoma si muovono Daniele Bartolini, Filippo Ceredi, Liv Ferracchiati, Antonio Ianniello, Giuseppe Stellato e figure consolidate nel panorama nazionale come Fabiana Iacozzilli, Giuliana Musso e Jacopo Gassmann.

A Mariangela Gualtieri è affidata l’inaugurazione del 48. Festival Internazionale del Teatro con uno dei suoi preziosi “riti sonori”, come sempre guidato da Cesare Ronconi.

I Leoni

I Leoni del Teatro quest’anno vogliono premiare «artisti che danno e fanno tantissimo per il teatro – come spiega Latella – ma che spesso restano in seconda linea, anche per responsabilità del regista, troppo spesso accentratore, che dimentica quanto il risultato finale sia spesso legato ai collaboratori che sceglie».

Il Leone d’oro alla carriera è assegnato a Franco Visioli, musicista e sound designer che ha lavorato con Thierry Salmon, Peter Stein e soprattutto con Massimo Castri, prima di collaborare con lo stesso Latella.

Il Leone d’argento è assegnato ad Alessio Maria Romano, regista e coreografo che ha lavorato ai movimenti scenici di spettacoli di Luca Ronconi, Carmelo Rifici, Valter Malosti, Sonia Bergamasco.

Gli spettacoli

La filosofia nel budoir di de Sade per Fabio Condemi è una prosecuzione della sua indagine su testi di ‘formazione alla rovescia’. Lolita, nell’immaginario di Biancofango “è una parola sul vocabolario, una ragazzina che ciascuno di noi ha conosciuto, almeno una volta, nella vita”. In Eh!Eh!Eh! Raccapriccio, da I fiori del male di Baudelaire, AstorriTintinelli, immaginano “uno spettacolo che abbia un’aurea luciferina. La città morta di Gabriele D’Annunzio è messo in scena ora da Leonardo Lidi con “un pensiero sulla censura che il D’Annunzio teatrale ha ricevuto e continua a ricevere”. I rifiuti la città e la morte di Fassbinder, il più clamoroso caso di censura nella Germania degli anni ‘70, scritto nel 1975 e messo in scena sui palcoscenici tedeschi solo 34 anni dopo, è per il regista Giovanni Ortoleva “la storia di una moderna Passione di Cristo”.

In altri casi gli artisti sono stati sollecitati da personaggi storici o tematiche politiche, sociali, psicologiche che consentono loro di mettere sotto la lente d’ingrandimento la realtà.

George II, scritto da Stefano Fortin e diretto da Alessandro Businaro, affronta la storia e il mondo del Presidente americano visto come “un principe shakespeariano”. Elia Kazan. Confessione americana per il drammaturgo Matteo Luoni e il regista Pablo Solari è “una storia che parla di quel compromesso che una volta nella vita tutti siamo costretti ad affrontare: quella scelta per cui non c’è salvezza.” Una cosa enorme di Fabiana Iacozzilli indaga sui processi di “auto inganno censorio” nella maternità. Dentro (una storia vera, se volete) di Giuliana Musso è un lavoro su una storia vera di abuso sui minori. The right way, una performance di Daniele Bartolini con la sua compagnia DopoLavoro Teatrale, si focalizza sui contro-effetti del politically correct. Con Eve #2 Filippo Ceredi dà una risposta artistica alla violenza comunicativa dilagante nei media e nei discorsi politici. Automated Teller Machine di Giuseppe Stellato si concentra sul rapporto uomo-macchina. La performance Nanaminagura, ideata da Antonio Ianniello, ha per oggetto il mondo delle competizioni dell’air guitar.

Altri titoli del Festival fanno riferimento a un veto, un’interdizione, un impedimento evidenziato nel titolo.

Natura morta di Babilonia Teatri mette al centro della scena un gruppo di bambini. Non dire/Non fare/Non baciare sono tre storie raccontate dagli allievi registi, attori e drammaturghi dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” sotto la guida di Francesco Manetti, che assume su di sé il ruolo del censore. Untold del collettivo UnterWasser esplora i meccanismi di difesa, gli schermi che gli individui erigono per preservarsi dalla distruzione, dalla disgregazione del proprio ego e dall’incontro con i propri mostri. Bye Bye di Alessio Maria Romano immagina un gruppo di utenti che “muovono e danzano il corpo in un sistema ciclico di azioni, un carillon ossessivo di azioni fisiche”.

In alcuni casi il tema censura viene visualizzato in un luogo, un paesaggio, uno spazio fisico. Pandora del Teatro dei Gordi diretti da Riccardo Pippa, che delimita in un bagno – di una fabbrica, di una stazione della metropolitana, di un aeroporto, di un club, di una stazione di servizio – “uno spazio amorale, di sospensione, anche di grossa violenza e nudità, un luogo comune dell’interiorità dove ampliare lo spettro dell’azione quotidiana oltre i limiti e le censure”. In Klub Taiga di Industria Indipendente, il Klub è un luogo destinato alle controculture. Glory Wall di  Rocco Placidi con la regia di Leonardo Manzan analizza tutto quello che c’è dietro a un muro.

Apparentemente distanti dall’idea di censura, autori come Anton Cechov, Thomas Mann, Tomasi di Lampedusa e il poco frequentato, per l’Italia, Arne Lygre, sono stati il punto di partenza per alcuni dei registi invitati.

La tragedia è finita, Platonov è una riscrittura di Liv Ferracchiati, che col personaggio cechoviano torna a un amore giovanile. Ultima Latet prende le mosse dal luogo di cura della Montagna incantata di Mann in cui l’autore e regista Franco Visioli vede “anche un luogo sconosciuto e per questo temuto, un luogo dove la censura viene esercitata al contrario”. Ne Le Gattoparde (L’ultima festa prima della fine del mondo) le Nina’s Drag Queens prendono ispirazione dal libro di Tomasi di Lampedusa per  rileggere l’immutabilità del potere. Niente di me, di uno dei massimi autori scandinavi, Arne Lygre, messo in scena da Jacopo Gassmann, rappresenta forse l’estremo tentativo della letteratura teatrale di andare oltre i confini del non-detto all’interno di un rapporto di coppia; ma non censurare le verità nascoste dell’amore è davvero un atto di libertà?

Luca Benvenuti