La profondità del debito della cifra estetica e concettuale di tutto El Pampero Cine verso l’opera di Borges è insindacabile, motivo per il quale non può che stupire la mossa coraggiosa di Llinás di prendere di petto l’ispirazione principale dietro la meravigliosa realtà da lui co-fondata vent’anni fa. Come tutto ciò che è manifesto, l’influsso del racconto borgesiano sull’ipernarratività labirintica che contraddistingue EPC sarebbe potuta rimanere nascosta, così scontata da risultare implicita. Mai svelare il trucco, del resto, rovina la magia.
Diviso in tre parti, così come El tríptico de Mondongo, per un totale di cinque ore, il documentario guarda all’oggetto del suo resoconto in maniera anticonvenzionale, prendendo le mosse dalla tormentata relazione di Borges stesso con l’autobiografico. Non pochi dei suoi racconti fantastici menzionano o coinvolgono luoghi vissuti e frequentati della realtà bonaerense; Llinás parte dal presupposto, salvo negarlo a più riprese a mo’ di pretesto, che esista un’autentica biografia di Borges, scritta sull’acqua, da svelare e ricomporre, rigorosamente all’insaputa degli esecutori dell’operazione, come fosse l’ultimo grande gioco letterario lasciato in eredità al mondo dal maestro argentino. È infatti l’eredità di Borges al mondo della letteratura a intrigare Llinás e la sua troupe itinerante d’eccezione, nella quale figura il mattatore Ernesto Montequín, critico letterario, curatore e traduttore, esperto dell’opera e della vita di Borges, eruditissimo e sacerrimo cattedratico senza cattedre né titoli dal debordante carisma che sembra peraltro essere uscito da una storia di Bolaño e non accompagna bensì guida il regista nel suo viaggio. Perché sì, di viaggio si tratta.
Mariano Llinás riconosce in Borges, figurante nei suoi appunti sempre con la sigla JLB, un uomo in missione per conto della letteratura, quasi un martire. Scevra da feticismi, ne risulta nobilitata anche la biforcazione bibliofila, in cui viene riscoperta la fascinazione romantica e infantile per l’oggetto libresco, contenitore privilegiato delle storie, del possibile. Nella svolta cosmopolita risalente agli anni ’30 viene individuato il nerbo della vocazione di Borges: arrivare a concepire la letteratura tutta come un territorio, uno spazio fisico e non, insieme dinamico di codici, qualità e riferimenti che ordina il caos, e di conseguenza la comunità dei lettori con la corrispondente Nazione. Biografía de Jorge Luis Borges è pertanto il tentativo di mappare l’ideale non-Stato-Nazione germinato dalla sua opera, come una mappa dell’Impero dove l’Impero è Borges; non Borges-persona/autore ma Borges-letterarietà, Borges come fosse la somma della sua letteratura, o forse di tutta la letteratura.
Llinás e Montequín si muovono come ipotetici apprendisti cartografi usciti da Del rigore della scienza, girando in tondo tra i luoghi e soprattutto gli oggetti (in grande maggioranza carta e inchiostro, ovviamente) appartenuti a “JLB”. Come da prassi ormai consolidata, nonostante il dirottamento nel genere doc, anche il film in esame assume presto i caratteri di un’investigazione eteroclita: quasi tutti i film più recenti made-in-Pampero si appoggiano sul cifrario del falso documentario, in particolare sulla voce fuori campo come dispositivo per scivolare fra le differenti, e sempre porose, linee spaziotemporali disgiuntive.
Come in Borges appaiono recensioni autentiche di testi inventati o voci enciclopediche fittizie di eventi determinati, nella Biografía si mescolano, ça va sans dire, la realtà documentaria e la realtà meta-documentaria. In un appunto delle lezioni sulla Vita di Samuel Johnson, Borges rintraccia il genio di Boswell nella capacità di riflettersi nel personaggio eponimo, pura invenzione finzionale e al contempo personalità storica, cioè del sapersi vedere da un’angolazione altra rispetto a quella della prima persona. Il vedere sé-come-un-altro, o sé-come-morto, è una – direbbe Bottiroli – logica impressa come un marchio sulla forma borgesiana; di pari passo, il film si presenta sempre come una lavorazione e non un lavoro, making of in fieri di sé medesimo.
Fin dall’inizio, in cui il regista si filma mentre filma, la Biografía de Jorge Luis Borges è il diario della propria realizzazione, un costante passo indietro in foggia di mockumentary verso le tracce materiali del suo prendere corpo, del suo assoggettarsi alla catena dei significanti. Ovvero esattamente come Borges, già dai suoi appunti, adottava una grafia in grado di incorporare soluzioni alternative attraverso parentesi graffe, creando a sua volta un meta-racconto coincidente con la lavorazione del racconto originale. Il dispositivo si fa presto giocoso, ma non prima di sublimarsi nella sequenza dell’enigma del colore della copertina di un numero storico del periodico Sur. Successivamente si innestano vari strati di autoironia, in cui il film devia sino a includere la fabbricazione della colonna sonora (registrata dallo stesso regista con uno xilofono) nel mezzo del momento topico per il quale era stata concepita; stesso discorso vale per Ignacio Codino, imberbe operatore e assistente al montaggio affettuosamente maltrattato dal resto della troupe che per gradi si integra nella storia anche in qualità di personaggio.
D’altronde le deviazioni sono l’anima del film. Come sosteneva Bioy Casares, amico fraterno e compagno di scrittura nonché biografo “ufficiale” di Borges, è attraverso le digressioni che la vita entra nella letteratura. Il mistero si annida nei risvolti dell’ordinario quotidiano, nella microscopia della vita di tutti i giorni sbocciano passaggi per un infinito labirintico. Particolarmente evidente nella prima delle tre parti, l’intenzione è quella di assecondare la natura organicamente ramificata del territorio letterario entro cui manovrano i nostri improbabili investigatori. Montequín/Sherlock conduce le danze e Llinás/Watson, ragionando in prima persona, ne volge le intuizioni in una lingua comprensibile allo spettatore – quella cinematografica. Infatti cos’è più borgesiano di bibliotecari stravaganti e detective improvvisati alla prese con enigmi cosmici? L’inedita coppia si avventura in una zona tarkovskiana pavimentata di citazioni, in equilibrio sulla linea della frontiera fra il fattuale e il fittizio, per capire fino a che punto i riferimenti puntuali in alcuni racconti combaciano con la realtà che abitiamo: ogni incastro è un potenziale portale, la vita e la letteratura rischiano di divenire l’una il sangue dell’altra.
Si parte da Ginevra per poi tornare a Buenos Aires, e da lì Montevideo, il Texas, New York, Reykjavík. Ogni deviazione è un’avventura nei luoghi sentiti dallo scrittore, in qualche misura ancora infestati dalla sua presenza. Ognuna di queste peregrinazioni è un’occasione per una digressione, per scappare dalla biografia e raccontare tutto ciò che vi cresce attorno, con essa irrelato eppure fatalmente incuneatovi proprio perché estraneo. La divagazione si allontana da Borges, raccontando la personalità riservata di Montequín e il suo legame con Cozarinsky o i ragionamenti di Llinás sul sofisticatissimo finale del film (di cui gli stessi sono parte integrante) o l’aleggiare del premuroso ricordo di Hugo Santiago sul progetto, sembrando eludere la chiamata del film, salvo poi riscoprire Borges nei luoghi dove non dovrebbe essere, tramite un’associazione di idee o connessioni improvvide. Quanto più il dispositivo digressivo è presente nel film, tanto più questo pulsa vivo. Nella seconda parte, quella più ortodossa, lo spunto a tratti viene a mancare, appiattendosi sulla mera ricostruzione; nella terza, quando il meccanismo si rimette in moto e il testo scritto torna protagonista (in un’occasione grazie a Laura Paredes, lanciata in un’imitazione del Borges mostruoso delle interviste degli anni ’70, che innesca una riflessione più ampia, precipuamente politica), l’andamento generale si distanzia nuovamente dal documentarismo più impostato e inizia a fagocitare ogni spunto personale possibile, coinvolgendo daccapo i protagonisti/realizzatori in un gioco senza fine – come nei racconti di Borges.
Biografía de Jorge Luis Borges è quindi l’ennesimo gioiello partorito dalla fucina di El Pampero Cine, un doppiamente finto documentario che è ode a un taglio prospettico sulla realtà delle cose e avventura festante in un territorio inesplorato, che più viene mappato e più si dimostra sfuggente, magmatico. Quel territorio nientemeno è ove si concretano le finzioni: le storie e le trame, le parole e i racconti; il territorio di un mondo che non sarà perché è già Tlön.










