Quasi a un anno preciso dalla quarta stagione di Black mirror (la seconda del periodo Netflix) a sorpresa non viene rilasciato il quinto pacchetto di episodi, sembra per problematiche sorte durante le riprese che hanno richiesto più tempo del previsto, ma al posto della consueta sestina, sotto l’albero troviamo quella che sarebbe dovuta essere – almeno così filtrava – l’ultima puntata, nonché fiore all’occhiello, della quinta stagione: Bandersnatch.

Sospendendo per un attimo il giudizio sull’episodio in sé, per non parlare poi di quello che potrebbero rivelarsi le altre puntate se Bandersnatch doveva essere il punto più alto, va detto fin da subito che un giudizio più completo e preciso si darà sull’intera stagione quando uscirà, mentre adesso ci si limita a qualche considerazione sparsa (ma non troppo) innanzitutto sulla struttura, sulla provocazione, e sul gioco portato avanti da questo secondo speciale natalizio. Eh sì perché, nel caso non fosse comparso il Gran Maestro dei Cavalieri della Uallera d’Oro ad annunciarvelo dopo aver interrotto qualunque cosa steste guardando, Bandersnatch è un film interattivo.

Interattivo anche sì, ma molto poco film. Lo spettatore sarà infatti chiamato a scegliere più volte durante la visione al posto del protagonista Stefan Butler – il Fionn Whitehead lanciato da Dunkirk– , risolvendo in modo binario la serie di sliding doors che si presenteranno allo stesso Stefan andando a comporre linee spazio-temporale alternative, come in un videogioco anni ’80. E per l’appunto, il nostro Stefan è un giovanissimo sviluppatore di videogiochi a cui si presenta l’occasione della vita quando la Tuckersoft accetta di produrre la sua originale creazione, un adattamento videoludico di Bandersnatchche in quest’universo non c’entra nulla con Carroll ma è un librogioco di Jerome F. Davies, fittizio scrittore poi impazzito con la cui figura Stefan dovrà confrontarsi nel corso della puntata, in un crescendo di allucinazioni e ambiguità che vedranno ritornare nel diagramma di flusso della narrazione i flashback dell’infanzia del protagonista con annessa la prima colossale sliding door della sua vita, una purtroppo povera riflessione/provocazione sul tema dell’interattività e del libero arbitrio, e un gioco di rimandi interni tale da originare sette differenti finali con differenti percorsi, intrecci, e rapporti causa-effetto.

L’esperimento in sé non può che essere comunque divertente poiché l’intreccio narrativo è gestito in maniera equilibrata e a partire da un contesto chiaro e ben delineato, dal quale poi si originano tutte le diverse possibilità di sviluppo della trama con precisione e ritmo perfetti. Ma se l’intelaiatura è costruita con eleganza, tutto ciò che su di essa dovrebbe reggersi fatica anche solo a sembrare serio, figurarsi ad avere mordente. Con un piccolo gioco di parole, si può dire che Bandersnatch fa di tutto per apparire complesso – attraverso la rete di riferimenti, gli input pseudo-filosofici, la vastità degli argomenti chiamati in causa – finendo però per apparire solo che complicato. Inutilmente complicato, perché a fare da contraltare a una struttura che avrebbe potuto dare molto se l’episodio si fosse preso molto meno sul serio, troviamo solo che sviluppi mediocri e fintamente intellettuali il cui scopo sembra quello di ammantare di profondità culturale una messa in scena che è tutto meno che profonda.

La sovrapposizione del concetto di libero arbitrio con quella dell’interattività è un fattore che svela una pochezza di pensiero disarmante, ribadendoci per l’ennesima volta che Black mirror e il suo creatore oltre un certo (notevolissimo) punto non sono purtroppo in grado di andare, complice anche le conseguenze del passaggio di produzione e distribuzione. Bandersnatch non è affatto un provocatorio esperimento meta-cinematografico in grado di giocare con le sue stesse prese di posizione dimostrando che l’interattività in senso stretto non esiste mediante una mise interattiva. La parentesi meta è divertente per carità, ma forzare su di essa un’interpretazione globale è fazioso. Il punto di partenza di Bandersnatch è quello di far coincidere una nozione di immane complessità con una riproduzione binaria del concetto di scelta nell’ennesima riproposizione stucchevole del “tu sei quello che vuoi, quello che scegli di essere”, senza tenere assolutamente conto del primo sguardo sociale di Black mirror, quello che tentava di andare oltre la scarsezza della logica strumentale.

Sul livello meramente narrativo le figure in gioco potrebbero anche essere degne di attenzione, peccato finisca per degenerare tutto in pochi minuti perdendo così consistenza in un niente: davvero, psichedelia da bar e storyline complottistiche rovinate da questa messa in scena indisponente e via, tutto in caciara. David Slade – regista dell’episodio Metalhead l’anno scorso – manca dell’accortezza necessaria a non prendersi sul serio per tenere le briglia di Bandersnatch, perdendosi in poco tempo nella solita sequela di espedienti provinciali che tanto vengono apprezzati da coloro che magari leggendo queste righe hanno storto il naso quando abbiamo fatto riferimento al presente prodotto con i termini “episodio” o “puntata” – montaggio schizofrenico, movimenti a schiaffo come se piovessero etc. Perché sì, si deve tornare anche su questo fattore: Bandersnatch non è un film. Da qui sarebbe facile partire con il pistolotto acchiappa-finti-intellettuali sul dibattito Netflix/sala, ma il nocciuolo della questione è tutt’altro, mentre gli ultras del Real Cinema Morto possono tranquillamente continuare a litigare con la curva del La-Magia-della-Sala FC, accomunati soltanto dal fatto di non aver capito niente. Magari possono pure risolvere la questione a sprangate fuori da uno stadio, come ogni tanto torna di moda, tipo in questi giorni.

In soldoni, lo spettatore attivo non è quello che clicca, viene tirato in ballo continuamente, deve poter avere accesso senza interruzioni al prodotto (via tablet), effettua decisioni materiali modificando il prodotto, ma quello che, se sta guardando dell’arte, ne coglie gli interrogativi posti e pensa in autonomia, facendo suoi i limiti naturali della mdp, usandoli come spazio di riflessione. Il punto infatti non è la “magia della sala” – naïf – ma i cambiamenti sulla sostanza che necessariamente si originano al mutare della forma. Senza limiti! è una slogan che può andar bene per una compagnia telefonica, o magari per la televisione, se gestita bene. Bandernatch vuole andare oltre il suo essere-televisione e difatti si cappotta subito. Ancora una volta, si prende troppo sul serio, non comprendendo che non può essere un qualcosa di più che un divertissement, un gioco, come è da sempre la TV, e tale rimarrà in quanto questa è la sua natura, sia che stiamo parlando di tubo catodico che di piattaforme futuristiche. Bandersnatch è un prodotto, un rompicapo che intrattiene e ambisce più che altro a diventare un fenomeno virale ricordandoci che esiste comparendo in evidenza sui nostri dispositivi con l’ormai abituale cascata di meme, frame che rivelano un inane easter egg, video-spiegoni inutilmente arzigogolati (spoiler: Bandersnatch è facile) e contenuti social.

A margine, sperando di non essere risultati eccessivamente seriosi nell’atto di evidenziare il medesimo difetto da parte della puntata in questione, si fatica a capire cosa c’entri Bandersnatch con lo spirito dei Black mirror, segno del come ormai nel biennio netflixiano sia diventata una serie di successo (lo testimoniano anche le emulazioni di YouCzarne lusterko) atta a veicolare o sperimentare nuovi contenuti, sponsorizzandoli.