Bianka, ventenne vagabonda e senza freni inibitori, rapisce una neonata in un parco e incontra poi per caso il suo coetaneo Laci, timido e con un ritardo mentale che lo costringe a vivere una vita dimessa sotto l’ingombrante ala protettiva di uno zio. I due ragazzi iniziano così una bizzarra avventura nella provincia ungherese, all’insegna degli imprevisti e della ricerca di una “normalità” che sia allo stesso tempo congeniale al loro essere profondamente “diversi”.

Un ragazzo un po’ goffo con lo sguardo perso nel vuoto viene sottoposto a un test psicologico in un asettico ambulatorio che gli riserva una diagnosi senza possibilità di replica: “Incapace di prendere decisioni autonome”; una ragazza dai capelli lunghi con una vitalità che si sprigiona da ogni suo gesto fa il bagno, abbracciando delfini gonfiabili, in una piscina privata dove si è tuffata di nascosto “perché voleva giocare”.

Con queste due sequenze apparentemente slegate tra loro (ma ovviamente l’incontro casuale tra i due è dietro l’angolo) si apre Blossom Valley, primo lungometraggio del 34enne ungherese László Csuja, presentato in prima mondiale al 53° Festival di Karlovy Vary, dove è risultato vincitore del premio speciale della giuria nella sezione “East of the West”. Csuja, che prima di questo suo debutto aveva all’attivo solo un cortometraggio (Phosphorus, incentrato su un ragazzo disadattato che sembra parente del protagonista di Blossom Valley), fa partire il suo film presentando, a mo’ di fulmineo ritratto, le due figure su cui saranno imperniati gli 83 minuti successivi. Nelle interviste a proposito del film, il regista ribadisce la propria idea programmatica di mostrare nel dettaglio ciò che non è ritenuto “normale” e “accettabile” per le nostre usuali categorie di animali sociali, e ci mette davanti a due personaggi pressoché opposti, l’autistico Laci e la disinibita Bianka, il cui passato e i cui traumi molto probabilmente vissuti non vengono raccontati: Csuja si sofferma su alcuni giorni estivi del “qui ed ora” in cui queste due bizzarre solitudini si incrociano – senza peraltro che il loro incontro sfoci in una storia d’amore vera e propria –, attraverso una sostanziale e compatta unità di luogo e di azione sullo sfondo della provincia ungherese. È una provincia indistinguibile da quella di qualsiasi paese dell’“Oriente dell’Occidente”, tra le file di condomini in cemento armato dal retrogusto sovietico, le modeste villette con giardino, i piccoli laghi artificiali per le vacanze delle famiglie in camper, le distese di campi a perdita d’occhio.

Laci e Bianka, infantili ciascuno a modo proprio ma in un certo senso speculari e complementari, anelano confusamente a uno spazio che gli sia congeniale e che consenta loro di diventare davvero adulti in un contesto dagli evidenti chiaroscuri che va dallo squallore della periferia alla bellezza accecante di campi e boschi, passando per la microcriminalità e i cantieri edili con i loro nuovi schiavi. Lo spazio che i due ragazzi cercano potrebbe trovare forma nell’elemento cardine delle cosiddette vite normali, ovvero il nido familiare, capace con il suo calore di placare le ansie della scheggia impazzita Bianka e di responsabilizzare il bambino mai cresciuto Laci, che forse potrà, finalmente, prendere delle decisioni autonome…

Tra fugaci incursioni nel mondo della piccola delinquenza con pennellate di grottesco nero e fughe rocambolesche da road movie dove però si percorrono ben pochi chilometri, restiamo in attesa di una catarsi che in realtà (come dichiara prontamente il regista nelle interviste) sarebbe una soluzione troppo facile e moralistica per il soggetto scelto.

E dunque i nodi non si sciolgono, la serenità familiare si limita ad un involucro vuoto a forma di roulotte o al karaoke di un campeggio dove pensionate ungheresi grassocce cantano che “Va tutto bene, ma non mi vibra niente dentro”. Rimane l’affannosa sete di libertà di Bianka, che più che con gli spazi urbani ben si sposa con la campagna ungherese fiorita dove la protagonista, una corona di margherite tra i capelli, fa le veci di fanciulla dei Preraffaelliti dei nostri giorni, di una nuova Ofelia sull’orlo della follia, sempre in bilico tra entusiasmo febbrile e nichilismo. E rimane Laci che, pure, in una grotta che sembra il grado zero della civiltà, dà alle cose tutto intorno i nomi esatti che non era stato in grado di snocciolare alla psicologa all’inizio del film. E poi esce dalla caverna e torna in città. Ma, molto probabilmente, anche la sua nuova consapevolezza non basterà per integrarsi del tutto nel consorzio degli umani. La “Valle dei boccioli”, favoloso Eden evocato dal titolo, resta inaccessibile a tutti, e a maggior ragione agli outsider emarginati come Laci e Bianka. Che però, come i boccioli, hanno ancora una vita davanti per crescere e cercare la loro valle. Un finale aperto per un film a tratti discontinuo e schizoide come la storia raccontata, che non fornisce risposte alle domande che solleva e non presenta comodi nessi di causa-effetto.

Ne risulta un debutto interessante, il cui principale punto di forza sono i due giovani attori protagonisti, anch’essi debuttanti (la cantante, performer e stella dell’Instagram ungherese Bianka Berényi, e il campione olimpico di pattinaggio a rotelle László Réti), due ventenni la cui spontaneità è costantemente catturata da una camera che li segue passo passo, soprattutto in primo piano, senza orpelli o commenti musicali extradiegetici: l’assurdità delle loro esistenze è messa a nudo con rigore, senza che però si cada in una freddezza documentaria.

In quest’ottica sarà senz’altro interessante scoprire appunto anche il primo documentario che Csuja ha da poco terminato e che costituirà una sorta di secondo debutto del regista in questa estate 2018. Nine months war sarà infatti in programma al 24° Festival del cinema di Sarajevo del mese prossimo ed è dedicato all’esperienza di un ragazzo appartenente alla minoranza ungherese dell’Ucraina occidentale durante il recente conflitto nel Donbass. Un’altra figura al limite, questa volta in un contesto che è anch’esso ben oltre i limiti della follia.