Bolzano, Teatro Comunale – Dorian Gray

Credits Andrea Macchia

Dorian Gray è l’ultimo titolo della trilogia commissionata dalla Fondazione Haydn a compositori dell’Euregio (ci furono Toteis e Peter Pan) e congeda Matthias Lošek dopo nove anni di direzione artistica. L’opera, su musica di Matteo Franceschini e libretto di Stefano Simone Pintor, è tratta dall’omonimo romanzo di Wilde. Diviso in un prologo, sei capitoli (dedicati a Basil, Sibyl, Alan, Gladys, James e Harry) e un epilogo, il libretto di Pintor offre una rilettura del caposaldo della letteratura inglese, sfruttando alcuni punti focali e introducendone altri.

Credits Andrea Macchia

Saremmo ipocriti nell’affermare che lo scorrere del tempo non ci interessa – lo sapevano bene già Wilde e quelli prima di lui. L’accorciarsi della vita, l’invecchiamento, il cambiamento fisico, inutile nasconderlo, ci angosciano. Intrinseco a ciò è il diniego, secondo Pintor uno dei mali del Contemporaneo, declinato qui nelle forme di violenza di genere, stragi armate, chirurgia estetica. Pintor guarda infatti al presente e riflette su questi temi tramite le storie dei personaggi secondari. Trasformando Dorian Gray nel Doppelgänger, egli diventa una sorta di Lulu, di Lindorf, di Quick (vedi Saltburn), ma manca di un proprio spessore drammaturgico. Tale scelta cambia inevitabilmente il punto di vista, in quanto Dorian diventa lo specchio degli altri: entra in scena in alcuni momenti topici, sulla scia di un’inafferrabilità maggiore rispetto a quella originaria, dando così risalto più all’ordito che alla trama del romanzo. Ciò può essere interessante rispetto a una narrazione tradizionale, ma mette il protagonista troppo in secondo piano, tra l’altro svuotato di ogni riferimento alla sua ambiguità sessuale.

Tutto avviene tra le tante cornici e i velari delle scene di Gregorio Zurla. Pare di assistere a dei quadri che prendono vita da quell’oscurità in cui Dorian ha destinato il suo ritratto, grazie ai fondali sempre bui dove risaltano i costumi di Alberto Allegretti. Le luci di Fiammetta Baldiserri conferiscono tinte da noir hollywoodiano. Particolarmente riusciti gli atti dedicati a Sibyl, nel quale convivono i sogni infranti della diva e l’amour fou di Dorian, e a Gladys, la duchessa di Monmouth, ninfomane col beneplacito del marito che a lungo andare si stufa e la pianta in asso. I video di Virginio Levrio aprono e chiudono l’opera.

La musica composta da Franceschini parte da una riflessione sulla natura stessa del rapporto tra suono e visione, tra reale e irreale. L’iper-spartito, come da lui definito, adotta un linguaggio quasi espressionista, ma vi sono brevi rimandi alla tradizione gregoriana, barocca e classica, oltre alla fusione della scrittura artistica con la manipolazione elettronica. Franceschini sospende le voci dei sette protagonisti tra il cantato e il recitato, in una tensione, palese fin dalle prime battute, che ingigantisce il carattere degli stessi, arrivando quasi a moltiplicarsi in un mosaico sonoro ricco di suggestioni. Rossen Gergov può contare sull’efficiente Orchestra Haydn, ormai espertissima del repertorio contemporaneo. Gergov dirige con gesto accurato e preciso, riuscendo a mantenere un ottimo rapporto buca-palco.

Il lavoro fatto da Pintor si nota nell’ottima riuscita della regia che fa dei sette cantanti anche dei veri e propri attori: Giulia Bolcato (Sibyl), Alexandre Baldo (Alan), Ugo Tarquini (James), Manuel Nuñez Camelino (Basil), Mathieu Dabroca (Harry) e Elena Caccamo (Gladys). Laura Muller interpreta Dorian Gray con diabolica perfidia.

Consensi calorosi per tutti alla prima del 16 marzo 2024.

Luca Benvenuti