Bruno Catalano, l’uomo con la valigia

Le sue originali sculture dislocate in quattro suggestive sedi a Venezia

Pur così mutilati questi corpi sono in grado anche di camminare, verso quale direzione non è dato saperlo. Forse, come suggeriva Enzo Di Martino, nel catalogo della mostra allestita due anni fa alla Galleria Ravagnan di Venezia “è il ritorno la vera meta del viaggio degli uomini nel mondo”. Ma dalle sculture di Bruno Catalano promana una sorta di identificazione tra vita umana e viaggio; un suggestivo filo rosso, che da Ulisse giunge a Kerouac e al veneziano Corto Maltese. Come diceva John Steinbeck, “le persone non fanno i viaggi , sono i viaggi che fanno le persone”.

Scriveva Anaïs Nin: “Andare sulla luna, non è poi così lontano. Il viaggio più lungo è quello all’interno di noi stessi”; e Gesualdo Bufalino: “C’è chi viaggia per perdersi, c’è chi viaggia per ritrovarsi”. O ancora, come scriveva Italo Calvino nelle sue Città invisibili: “Si può viaggiare per migliaia di chilometri ma non si può mai allontanarsi veramente da se stessi”. E con il viaggio, la nostalgia: gli inseparabili bagagli per l’artista costretto a lasciare da bambino il suo paese per Marsiglia; “Nel mio lavoro – ha detto – sono alla ricerca del movimento e dell’espressione dei sentimenti; faccio emergere dall’inerzia nuove forme e riesco a levigarle fino a dare loro nuova vita. Proveniente dal Marocco anche io ho viaggiato con valigie piene di ricordi che rappresento così spesso nei miei lavori. Non contengono solo immagini ma anche vissuto, i miei desideri: le mie origini in movimento”.

Bruno Catalano

Nato in Marocco nel 1960, Catalano è costretto ad emigrare in Francia con la famiglia. Sbarca a Marsiglia e a diciotto anni diventa marinaio. L’esperienza dello “sradicamento” e il periodo passato in mare segneranno profondamente la sua esistenza. Marsiglia, dunque, è il suo punto di approdo, dopo aver vissuto da marinaio per trent’ anni senza una dimora fissa, navigando tra i diversi porti del mondo. Ed è qui che ha iniziato la sua carriera: modellando l’argilla prima, la colatura in bronzo poi; la tecnica utilizzata per queste sculture è il bronzo, trattato a frammenti e colorato con tinte mai brillanti che conferiscono alle figure una patina d’altri tempi. Ispirato ai grandi maestri come Rodin, Giacometti , Camille Claudel, il marsigliese César (César Baldaccini) e soprattutto Bruno Lucchesi, da cui apprende la tecnica di modellare l’argilla, lo scultore riesce a superare la sfida dei suoi predecessori, aggiungendo una quarta dimensione nel suo tentativo surrealista, ben riuscito, di creare il vuoto nello spazio.

La Ravagnan Gallery gli dedica ora una singolare “mostra diffusa” (“Les Voyageurs”, che durerà fino a novembre) in concomitanza della 58° Biennale d’Arte di Venezia, dislocata in cinque diverse sedi espositive, tra San Marco e Dorsoduro: Chiesa di San Gallo, Teatro Goldoni, Sina Centurion Palace, la storica Ravagnan Gallery in Piazza San Marco e la nuova sede a Dorsoduro 686. L’esposizione raccoglie all’incirca trenta sculture recenti, figure capaci di instaurare un “dialogo” con questi suggestivi ed unici spazi della città lagunare fino a fondersi con essi, creando così, lungo il tempo di sei mesi suggestioni inattese e inimmaginabili lungo un itinerario che pone su punti strategici di Venezia sorprendenti sculture in bronzo caratterizzate dalla totale mancanza della parte centrale del corpo “nelle quali – come sottolinea Di Martino – le parti vuote assumono la stessa importanza formale ed espressiva dei volumi pieni”.

All’interno della chiesa di San Gallo l’artista depone anche alcuni dei suoi bagagli, l’emblema stesso del viaggio: la valigia, dove conservare oggetti ma anche i propri desideri e la speranza di un futuro migliore. Strumenti concreti ma dal forte significato metaforico.