Sofia e Miguel sono una coppia di ricchi expat – editor di narrativa straniera lei, architetto lui – che vive a Londra con le due figlie. Sposati da tanti anni, il loro rapporto sembra entrare in crisi quando Miguel riceve una commissione strapagata ma molto particolare: costruire un bunker per un ricco magnate del tech. Nel frattempo, Miguel deve affrontare anche un problema minore ma per lui importantissimo: un vicino rompe il muro di cinta della loro casa per costruire una finestra nella sua abitazione.
Zeller torna a Venezia dopo The Son, e lo fa con un film che parla al presente e alla crescente tendenza a costruire muri, fisici e non. La vicenda privata e professionale di Miguel si intrecciano, con la commissione lavorativa che diviene un simbolo delle sue ossessioni personali, che lo stanno isolando dal mondo e persino dalla famiglia, e in particolare da Sofia.
Zeller nasce come sceneggiatore teatrale, e si vede: Bunker è un film molto parlato, con la scena madre che è un lungo dialogo tra Bardem e Cruz (splendidi in generale, e qui in particolare) carico di recriminazioni, domande senza risposta, e realizzazioni. Il film è anche carico di simbologie e rimandi interni, molto ben costruiti e “risuonanti” tra loro. Miguel è ossessionato dai nemici esterni, ma non si accorge che questa ossessione sta minando gli equilibri interni della sua vita. Il bunker fisico diviene bunker emotivo e sociale, che Miguel scava intorno a sé senza nemmeno accorgersene.
Miguel è l’incarnazione dell’upper class borghese, convinta di avere i valori “giusti” ma in realtà del tutto alienatasi dalla società intorno a sé, chiusa in una torre d’avorio che provoca giuste recriminazioni e, soprattutto, distrugge il tessuto sociale. Come i quadri di una mostra che Miguel e Sofia visitano in una scena esilarante, Miguel nasconde la sua vita dietro una patina di vernice nera, cercando di nascondersi il più possibile allo sguardo esterno: un atto solipsistico che, anziché proteggere ciò che gli è caro, lo sta allontanando. Sofia è invece la sua coscienza, conscia del proprio privilegio e decisa a combattere per non farlo diventare una gabbia.
Proprio per questo, a volte Zeller esagera nelle spiegazioni, come se non si fidasse dell’efficacia delle suggestioni che ha così sapientemente seminato. Alcuni passaggi sono inutilmente didascalici, e allungano il brodo di quello che è invece un film incredibilmente teso per essere di fatto la storia di una coppia, e che nel finale scivola apertamente (ed efficacemente) nel thriller. Il tech-billionaire di Paul Dano è un alieno malvagio meravigliosamente sorridente, ma il suo intervento è di scarsa utilità, e poteva forse essere espunto dalla storia.
Nonostante le lungaggini, Bunker funziona grazie alla sintonia dei due protagonisti e alle ottime prove del cast, compresi i comprimari di Patrick Scharzenegger, sintomo del malessere di Sofia che Miguel scambia per causa, e Stephen Graham, vicino di classe sociale diversa e centro delle ossessioni di Miguel. Zeller realizza un film imperfetto ma efficace, che avrebbe potuto colpire molto di più se si fosse affidato di più alla forza delle sue suggestioni simboliche anziché ostinarsi a spiegarle.










