“Canto della pianura” di Kent Haruf

Dalla Trilogia della pianura (o Trilogia di Holt)

Canto della pianura appartiene alla cosiddetta Trilogia della pianura (o Trilogia di Holt, immaginaria cittadina del Colorado), costituita dal suddetto (1999), Crepuscolo (Eventide, 2004) e Benedizione (Benediction, 2013).

Plainsong, il termine inglese che dà il titolo a questo romanzo, significa “canto piano”, cioè una forma di monodìa medievale a cappella. In siffatto contesto, però, assume anche una connotazione più evocativa, tipica sia delle sterminate lande del Centennial State orientale sia d’uno stile narrativo desolato e crudo, ma al contempo rarefatto e delicato.

Kent Haruf nasce nel 1943 a Pueblo (CO), figlio d’un pastore metodista e di un’insegnante. Obiettore di coscienza durante la Guerra del Vietnam, prima di diventare scrittore svolgerà i lavori più disparati: bracciante agricolo, operaio edile in Wyoming, assistente in cliniche a Denver e Phoenix, bibliotecario e bidello presso l’Università dell’Iowa, docente universitario in Nebraska e alla Southern Illinois University.

Pur ricevendo premi e menzioni speciali, i suoi primi due romanzi (The Tie That Binds, 1984 e Where You Once Belonged, 1990) non venderanno granché, infatti Haruf raggiungerà il successo soltanto all’età di 56 anni, proprio con Canto della pianura, pubblicato dalla Knopf, nota casa editrice di autori come Carver e McCarthy (sebbene egli se ne discosti nettamente per temperatura emotiva ed assenza di cinismo, disperazione o ironia).

A Holt vivono – oltre ad una serie di antagonisti minori – Tom Guthrie, un insegnante di Storia al liceo locale, con sua moglie Ella e i due figli di dieci e nove anni, Ike e Bobby; Victoria Roubideaux, una diciassettenne in dolce attesa, allontanata da casa dalla madre Betty; Maggie Jones, collega di Tom, la quale tenterà, tra non poche traversìe, di trovare una sistemazione adeguata alla ragazza; i fratelli Harold e Raymond McPheron, due allevatori di bestiame rimasti orfani da adolescenti, che proveranno goffamente ad accogliere la giovane fanciulla nella loro malandata dimora di campagna e un’anziana signora, Iva Stearns, che farà le veci d’una sorta di figura di riferimento per i due ragazzi, dopo che la loro madre sarà andata a vivere dalla sorella, a Denver, per motivi psicologici.

Tra intrecci di storie alternate, prime pulsioni, morte e sentimento, in ogni capitolo l’autore dipinge luoghi e persone con la candida e serafica oggettività d’un presente diradato, in un languido crescendo emozionale, scandito dal susseguirsi delle stagioni e dalla percezione della loro circolarità temporale.

Mentre ciascuno tenta di trovare il proprio ‘destino’, al netto di decisioni azzardate ed imprevisti del caso, le vite di ciascun personaggio s’intersecano le une alle altre nell’aria carica di solitudine tardo-autunnale.

Canto della pianura è il racconto corale, lirico e vivo della provincia, del suo ritmo cadenzato, fatto di malelingue e pettegolezzi, ma anche di legami trasversali e d’un raro recupero d’umanità, difficilmente possibile in una megalopoli in cui l’anonimato e la diffidenza regnino sovrani. Del paesaggio e degli animali come elementi costanti e ricorrenti ove, anche la precisa scelta del linguaggio al limite della zootecnia e di certe brutali sequenze descrittive, definisce in controluce le ragioni delle scelte e delle azioni dei protagonisti.

In una commistione continua di generi, registri linguistici e modalità espressive, che spazia da influenze hemingwaiane e faulkneriane alla classica grande narrativa ‘rurale’ statunitense degli anni ‘50 e ‘60, Haruf sigla un piccolo gioiello della letteratura del XX secolo, dallo sguardo luminoso e pieno di grazia.

Kent Haruf
Canto della pianura
NN Editore (NNE), 2015
pp. 301, € 18,00