I capolavori dimenticati dello Studio Ghibli

Come una goccia nell'oceano

Insomma, rispetto al corrispettivo takahatiano Taku guarda al passato in maniera compiutamente adulta, consapevole del fatto che sono le nostre scelte, per sbagliate che siano, a renderci quello che siamo. Al contrario, un atteggiamento esclusivamente contemplativo come quello di Taeko è alla lunga autolesionistico: se da un lato Taku rievoca intenzionalmente e con ordine una precisa sezione della propria vita allo scopo di darsi delle risposte, dall’altro Taeko subisce inerme l’assalto dei ricordi delle elementari che giungono frammentari e disordinati, esattamente come il titolo originale Omoide poro poro –letteralmente, Ricordi a goccioloni– lascia intendere.

A ben guardare, seppur questi ricordi non servano alcun fine e, anzi, facciano perdere di vista a Taeko se stessa, essi rappresentano per lei una rara e attesa parentesi di felicità: in sintesi, Taeko è schiava della propria memoria, cosa che a un tratto ammetterà definendo il suo amarcord “un film che occupava la mia testa e finiva per sopraffare la me stessa reale”. Pioggia di ricordi si configura allora come l’analisi della psiche di un personaggio pascoliano, bloccato nel morboso vagheggiamento del “nido” eppure terrorizzato dall’eventualità di costruirne uno proprio. Al pari del poeta, Taeko rimpiange l’età dell’innocenza ma, al di là dello schiaffo di cui sopra, non siamo in grado di individuare un trauma paragonabile che motivi simile nevrosi, giacché di nevrosi è opportuno parlare –si pensi alla presenza sinistra della Taeko di quinta, che fa capolino all’insaputa della sua controparte. Un indizio fondamentale è fornito dalla prima lezione di educazione sessuale, ovvero quando Taeko apprese dell’esistenza del ciclo: tra i maschi era considerato una sorta di malattia, sicché un giorno un coetaneo le disse di non toccare il pallone perché avrebbe potuto “attaccargli il ciclo” e ne fu tanto sconvolta da svenire: saremmo portati a attribuire questa reazione all’età di Taeko, la quale però manifestava in tal modo la sua fobia inconscia per il raggiungimento della maturità sessuale, tanto che Taeko donna a tal proposito chioserà: “I bruchi, se non diventano crisalidi, non possono diventare farfalle. Eppure, non pensavo neanche un pochino di voler diventare crisalide”.

Ebbene, come si spiega questo desiderio di Taeko di restare bruco? Sostanzialmente, perché quella stagione apriva ai suoi occhi di ragazzina un mondo di infinite possibilità, e per questo a oggi si crogiola nel riepilogarle: mettersi insieme con Hiro della sezione accanto, accettare quel ruolo di attrice, tutte possibilità non colte ma in virtù della loro alterità ancor più allettanti. Il punto di svolta fu l’arrivo di Abe, un compagno straccione che durante i saluti di fine anno rifiutò di stringerle la mano: da allora capì che “a far la brava si atteggiava soltanto”. Ecco svelato il trauma: Abe, con la sua maleducazione, aveva compreso che Taeko si ostinava a negarsi per compiacere gli altri, restando passiva nei confronti della vita; di conseguenza, si è rifugiata nell’età ante Abe chiudendosi nel rifiuto di sé e del presente. Successivamente, Toshio conquista il cuore di Taeko perché ribalta la prospettiva su quest’atto di villania: in quanto maschio, Abe non aveva voluto stringerle la mano per farle capire che, per lui, era speciale. Taeko realizza alfine che mostrando la sua personalità, e non la facciata di bambina ubbidiente, avrebbe potuto comunque essere apprezzata: rimosso il complesso di inferiorità, accetterà quindi la proposta di matrimonio lasciandosi alle spalle, in una macabra processione di spettri, i fantasmi del suo passato.

Per chiudere, la lezione complessiva che ne possiamo trarre è che per vivere serenamente è indispensabile imparare a convivere con i nostri trascorsi sulla falsariga di Taku, giungendo a un compromesso tra il rimpianto per quel che è perduto e il rifiuto di chi ora siamo. E una volta imboccata la via mediana, forse avremo anche occasione di ritrovare noi stessi.