Nel 2018 dopo Cristo tutta l’America è occupata dalle industrie… Tutta? no! Un negozio di New York, gestito da irriducibili fabbricanti di chitarre resiste ancora e sempre alla gentrificazione.

Si potrebbe sintetizzare così Carmine Street guitars, l’ultimo documentario di Ron Mann, che mette da parte la sua vena altmaniana, intravista in occasione della sua ultima presenza alla kermesse veneziana, per dedicarsi al sobrio racconto, senza orpelli né altro, di una realtà iconica che proprio non vuole saperne di scomparire nonostante il mondo intero continui a suggerire il contrario. Il titolo riprende il nome del negozio musicale oggetto del film, e quel Carmine street guitars gestito da tempo immemore da Rick Kelly, leggendario liutaio che persevera nel costruire chitarre a mano, ben consapevole del fatto di essere l’unico e altrettanto disinteressato a riguardo.

Nel cuore del Greenwich Village, storicamente la culla della scena musicale indie newyorkese, zona che negli ultimi anni è stata radicalmente riconvertita per il mercato immobiliare della nuova borghesia, Kelly coltiva la sua passione, la costruzione di chitarre artigianali (aiutato dalla madre e dall’assistente Cindy) con un metodo tutto suo, alla continua ricerca di nuove intuizioni con estrosità e desiderio di sperimentare. Il suo marchio di fabbrica è l’utilizzo di antico legno di recupero (proveniente da edifici distrutti o ristrutturati, discariche, incendi etc.) che, a detta del maestro, moltiplica la risonanza grazie alla porosità unica. Gli orpelli e i lavori di fino non interessano in questo caso a Mann, ma sono il fulcro dell’attività di Kelly, che si diverte a decorare in modo sempre nuovo le sue creature, tanto da meritarsi negli anni la stima di Bob Dylan, Patti Smith, Lou Reed, divenendo così una sorta di leggenda del microcosmo sonoro in tutta l’America settentrionale.

Andrebbe citato tra gli abitué del CSG anche Jim Jarmush, senza il quale questo documentario non avrebbe visto la luce; fu proprio lui infatti a presentare l’artigiano a Mann, che colpito dall’atmosfera ha colto l’occasione per catturare qualche frammento da questa realtà fuori dal mondo. Catturare è proprio il fine ultimo di Mann, che ci restituisce un ritratto di una piccola attività inevitabilmente destinata a scomparire, e lo fa con questo spirito leggero, senza preoccuparsi di caricare di autorialità ed elaborazione il documentario. Semplicemente viene fatto in modo che siano le immagini e soprattutto i suoni a parlare: non conta solo Kelly, ma anche l’importanza che il ruolo del negozio riveste nella cultura musicale bohémienne della città, il suo strenuo resistere, l’essere continuamente invaso da musicisti di un certo calibro che ivi si recano per chiedere chitarre personalizzate o con scopi precisi – come Jamie Hince, che ha bisogno di un manico estremamente sottile dopo aver perso l’uso del dito medio sinistro, oppure i seguaci di Lou Reed, che commissionano strumenti appositi per essere accordati su una sola nota.

Quelle di Mann sono istantanee, nulla più nulla meno, con il solo scopo di fissare su pellicola lo straordinario lavoro che si svolge in quell’angolo di mondo, un spazio magico incapace di arrendersi alla hipster life (non si può non ridere dinanzi all’ostentata scontrosità con cui vengono accolti questi giovanotti poser in cerca più che altro di decorazioni per il nuovo appartamento che facciano colpo sugli ospiti) e al fatto che i negozi di musica non possano essere anche luoghi di prove audio. Nel Carmine Street guitars si suona e si parla, si discute e si fanno progetti, si ragiona di musica a tutto tondo, in questo susseguirsi di brevi riprese che alternano gli incontri di Kelly con i vari musicisti che gli fanno visita (anche solo per piacere) con quelli della lavorazione manuale del legno, del quale vengono rivelate le caratteristiche e le origini, mentre il proprietario ogni tanto si lascia andare e svela qualche “segreto della casa” o la precisa funzione di alcuni tra le disordinate centinaia di strumenti che gli servono per svolgere il suo lavoro come dev’essere fatto. E per accorgersi dell’importanza spirituale rivestita da questo posto, non bisogna guardare alle sue follie, alla resina per legno sostituita da birra bruciata (qualunque cosa questo intruglio sia) o ai design sempre più sperimentali, ma al pianto di Cindy nel suo “quinto anniversario di lavoro”, che mostra la sua piena consapevolezza di far parte di qualche mondo trai mondi: quel posto le ha cambiato la vita, e lei lo sa. Niente di rivoluzionario, quasi amatoriale per senso di cinema, ma come “la chitarra diventa il chitarrista a volte”, in questo caso è il soggetto a fare il film.