“Cattedrale” di Raymond Carver

Raymond Carver ha sancito – come avvenne con Hemingway e la sua ‘generazione perduta’ nel XX secolo – quello che è stato un vero e proprio processo rivoluzionario nell’ambito della letteratura contemporanea: non più eventi degni d’esser raccontati nella loro esplosione o lunghi passaggi descrittivi, bensì l’incedere in un tempo presente, al netto degli accadimenti pregressi, in una sorta di vissuto circostante l’elaborazione dei medesimi.

Segmenti tra un prima e un dopo che, come in un atto di estrema confidenza, restano sospesi, dando per scontato che il lettore non abbia la necessità di conoscere né quanto sia già accaduto né quanto stia per accadere. Per Carver conta solo l’hic et nunc fattuale ed il ritratto psicologico dei protagonisti, affinché se ne possano così distinguere le ‘sembianze’.

Una prosa sostanziale, apparentemente applicata all’inconsistente, al trascurabile, che induce a lasciarsi permeare dalla storia nell’istante esatto in cui cominci: cosa che, tutto sommato, contiene l’essenza stessa della vita e la ricalca nel suo essere priva di soluzioni palesi o immediate.

Eppure, sebbene Carver debba la pubblicazione sulla rivista Esquire, di uno dei suoi molteplici racconti (I vicini, 1971), allo scrittore statunitense Gordon Lish (suo mentore ed editor), non si ritroverà appieno nella scarna linea editoriale apportata da quest’ultimo ai suoi testi.

Pare che già nel 1980 gli inviò una lettera in cui paventava l’abbandono della casa editrice Knopf, qualora non avesse ripristinato i passi epurati dalla raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (What We Talk About When We Talk About Love, 1981).

E fu proprio nel caso di Cattedrale (1983) che, in una ulteriore corrispondenza tra i due (1982), l’autore puntualizzò l’intento irremovibile di dare vita a qualcosa di più corposo, nonostante non ci aspettasse questo da lui. Ad onor del vero, in suddetta raccolta, i rigidi schemi minimalisti si assottigliano, vengono assoggettati ad un’esigenza poetica di più ampio respiro e la scrittura si fa immagine e rappresentazione. Dopo aver consegnato il manoscritto, l’autore ha accantonato la sua produzione per un discreto periodo, come se avesse “svuotato la sua scrivania”, avendo concentrato ogni sua energia creativa in questi dodici racconti (di cui l’ultimo dà il titolo all’intera opera).

Bud e sua moglie, il piccolo Harold di otto mesi ed il pavone Joey; la parentesi matrimonial-estiva, illusoria e dall’epilogo annunciato, di Wes ed Edna; Sandy, un marito depresso e un frigo guasto come la loro situazione domestica; Myers che sfugge ai propri doveri di padre lungo gli scompartimenti d’un viaggio verso la direzione sbagliata; Scotty, la sua torta con l’astronave e una festa di compleanno mancata; dei multivitaminici venduti porta a porta ed un mucchio di “cose che continuano a cadere”; Lloyd e Inez, una mansarda, ciambelle e spumante a colazione, un orecchio otturato e un matrimonio in frantumi; Joe Penny, lo spazzacamino, e un centro di disintossicazione per alcolisti; Miss Dent, una rivoltella puntata contro un uomo e tre bizzarre figure in una stazione ferroviaria; Carlyle, sua moglie Ileen, un’improvvisa febbre e un passato da lasciar andare; una briglia dimenticata in un angolo, in fondo al cassetto d’un comò e la corrispondenza audio della moglie di Robert con un non vedente, che disegna edifici a due mani su un sacchetto di carta del supermercato.

Storie sbiadite di gente ordinaria, ognuno con la sua parte di tentativi e fallimenti, in preda all’ineluttabilità del sentire comune e ciascuno con qualcosa da aggiustare.

Raymond Carver
Cattedrale
Einaudi (Super ET), 2014
pp. 226, € 12,00