Zdena è una signora di mezza età che fa la postina in un paesino ceco, ha perso il marito da alcuni anni e fatica ancora a rielaborare il lutto e a guardare avanti, tanto più che sua madre è gravemente malata. Il figlio di Zdena, Lukáš, vive da tempo in Francia e tornerà per dare un ultimo saluto alla nonna, riservando alla madre non poche sorprese e aprendole nuove prospettive su se stessa e sul mondo… 

A giudicare dalla locandina e dalla selezione di fotogrammi con cui il nuovo lungometraggio del regista ceco Šimon Holý è stato annunciato nel concorso principale del Festival di Karlovy Vary 2026, si potrebbe immaginare che Chica Checa sia un film incentrato anzitutto sulla tematica queer e sulla difficile battaglia per l’accettazione e il rispetto di chi viene tuttora considerato un ‘diverso’, a maggior ragione tra le fasce più conservatrici dell’elettorato del Centroeuropa. Tuttavia, durante la visione si capisce che l’omosessualità e il mestiere di drag queen del giovane (e bellissimo) Lukáš non sono il vero fulcro della trama: lo spettatore abituato a una lunga serie di film sul coming out in una provincia ancora retrograda rimarrà in attesa di conflitti e rese dei conti violente che però, in questa commedia intergenerazionale tenera e profondamente ‘umana’, non arrivano. Tanto più che, come ha detto lo stesso Holý in un’intervista, nel film si voleva raccontare una persona queer facendo programmaticamente a meno dei risvolti quasi sempre tragici e angoscianti dei film cechi con personaggi LGBT+, e Chica Checa non doveva fungere da strumento polemico per le manicheistiche ‘guerre culturali’ sempre in atto nello spazio pubblico, ceco e non. Certo, la rivelazione della strada intrapresa da Lukáš provoca l’iniziale sconcerto di mamma Zdena e qualche smorfia sui volti della gente del paese, ma Lukáš ne parla liberamente e spontaneamente, come fosse la cosa più naturale del mondo, ed effettivamente, forse, è giunto il momento di raccontare, al cinema e al di fuori di esso, storie di persone queer felici, non più tenute a giustificarsi o a fornire delle spiegazioni per qualcosa che ormai non dovrebbe essere passato al vaglio di non si sa quali giudici per essere definito ‘normale’. Se mai, la scelta di vita di Lukáš, che in Francia ha trovato se stesso approdando alla realizzazione professionale e alla sua serenità al netto degli usuali screzi di coppia col fidanzato Rémi (che prescindono da orientamento sessuale e identità di genere) è il motore di quello che è il vero cuore del film, ovvero la trasformazione di sua madre Zdena.

Zdena è nata, cresciuta e vive in un paesello sperduto tra le campagne ceche dove non vi sono segni di particolare povertà o disagio, ma il tempo, come suggeriscono gli interni di case e birrerie, sembra essersi fermato agli anni Ottanta della Cecoslovacchia socialista: gli stessi anni Ottanta che, peraltro, Lukáš stilizza argutamente nei suoi show come drag queen per gli amanti del vintage, imitando, tra parrucche bionde cotonate e lustrini, stelle della canzone dell’epoca come Helena Vondráčková, una sorta di Raffaella Carrà cecoslovacca ancora amatissima dalle vecchie generazioni – e anche dalla nonna di Lukáš, a cui il ragazzo dedicherà una performance canora in ospedale senza essere riconosciuto da lei. Di estrazione modesta ma con un livello di vita dignitoso – qui non si tratta, d’altronde, di un dramma sociale, come ribadito apertamente dal regista –, abituata a imbattersi nelle stesse facce e a ripetere la stessa routine, la Zdena che vediamo all’inizio del film non vede oltre la proverbiale ‘siepe’ leopardiana e fa già fatica a comprendere l’emigrazione in Francia di un figlio che, secondo il copione del secolo scorso, avrebbe dovuto restare vicino a casa e, anzi, ereditare la dimora della nonna per andare ad abitarci con la famiglia. Tra l’altro, l’indole passiva e abitudinaria di Zdena non la lascia comunque al riparo dai pettegolezzi del paese, in cui, specie dopo essersi chiusa in se stessa in seguito alla morte del marito, è per molti versi una outsider. È proprio grazie all’esempio del figlio, che senza guardare in faccia nessuno ha deciso di imparare nuove lingue, scoprire nuove città, conoscere nuove persone e fare ciò che lo gratifica, che Zdena riuscirà a guardare al di là della ‘siepe’, ad essere orgogliosa del figlio senza curarsi dei pregiudizi altrui – magistrale la scena in cui assiste alla sua esibizione in un cabaret francese, prima imbarazzata, poi divertendosi un sacco –, ma soprattutto a lasciar andare il passato, di cui la casa materna messa in vendita è simbolo tangibile, e a figurarsi un futuro diverso per sé, persino rimanendo nella provincia ceca, come lascia chiaramente presagire l’ultima scena.

Chica Checa sembra fare da voluto pendant a un precedente lungometraggio che il trentaduenne Holý ha presentato quattro anni fa sempre ‘in casa’, qui a Karlovy Vary. A pak přišla láska… (And then there was love….), quella volta in concorso nella sezione Proxima, raccontava anch’esso la storia di una madre di mezza età, anche in quel caso interpretata dalla brava Pavla Tomicová: allora, una sessantenne alla disperata ricerca di affetto e amore cercava di recuperare un rapporto genuino con la figlia emozionalmente distante attraverso una sorta di retreat esoterico durante il quale emergevano, in un saliscendi tragicomico, molti traumi familiari rimossi e taciuti. Il nocciolo del problema era una sostanziale carenza di fiducia in se stessi e autostima: gli stessi elementi che, in Chica Checa, tarpano le ali della postina Zdena ma possono inaspettatamente sbocciare grazie all’esempio di un ragazzo consapevole del proprio carisma e pieno di voglia di vivere, che si diverte un mondo a truccarsi e ballare sui tacchi alti – e ha tutto il diritto di farlo.