Presentato al Toronto Film Festival 2016, All I see is you arriva nelle sale americane un anno più tardi e in quelle italiane (con il titolo Chiudi gli occhi) nell’estate successiva, in curiosa concomitanza con l’ultimo film dello stesso regista, un Marc Forster la cui intima natura di mestierante sarebbe rivelata anche a quanti non dovessero conoscerlo per nulla grazie allo scarto lampante che intercorre tra il film ora preso in esame e la più recente fatica: Ritorno al bosco dei cento acri. Uno scollamento che ben rappresenta in pillole la carriera del direttore elvetico, che da circa un paio di decenni balza con agilità da un genere all’altro, passando dal cinema indipendente alle melense sceneggiate hollywoodiane, soffermandosi il giusto sulla commedia sofistica per approdare non visto all’action più spaccone.
Chiudi gli occhi ha invece un calibro decisamente diverso, prefigura più un ritorno alle dinamiche di Stay. Con la pellicola che di fatto lanciò Ryan Gosling questo film condivide le atmosfere da thriller psicologico, una chiave estetica ben delineata e prorompente, non potendo però farsi valere come metro di paragone se si arriva a discutere di solidità. Chiudi gli occhi è una produzione modesta che si configura più come un film di cassetta che il tentativo di provare a regalare alle sale un qualcosa impregnato di voglia di fare e farsi notare (pur con tutti le ingenuità del caso), come era per l’appunto Stay. Girata tra l’assolata e fatiscente Bangkok e una coloratissima Barcellona, l’opera in questione si sviluppa intorno al profondo cambiamento nella vita di coppia di Gina e James quando lei, cieca dall’infanzia a causa del solito incidente automobilistico, riesce incredibilmente a recuperare la vista dell’occhio destro grazie a una tecnica di chirurgia sperimentale, fatto che però non migliora la qualità della sua vita, poiché nel momento in cui ella inizia a superare la relazione di assoluta dipendenza che la legava al marito, questi diventa preda di un’insicurezza via via più oscura che lascerà spazio a un’evoluzione conturbante.
Se una pellicola di questa tipo di solito si basa su una narrazione celere e ben ritmata, Forster cerca di alzare l’asticella sobbarcandosi tutti i rischi, affidando alla sua regia sia la gestione dei tempi, sia il saliscendi della tensione. Le dinamiche del rapporto frai due sono chiare sin da subito, con James che mette in allerta lo spettatore per gradi, rimuovendo il velo del coniuge premuroso per svelare un uomo naturalmente problematico, incapace di vivere la sua relazione, isolata dal resto del mondo, se non in un rapporto di forze ben preciso; ma quello che più ci riguarda, in questo gioco psicologico che prende il via quando Gina inizia a distanziarsi da lui, manifestando la sua inadeguatezza di fronte a una relazione tra pari, è il nervoso caleidoscopio di immagini e colori tramite i quali il regista ci catapulta nella vita di Gina, girando attorno al tema della cecità e della ritrovata vista. Montaggio serratissimo e quadri estemporanei principalmente composti da close-up e inner shots accompagnano la loro vacanza iberica e il loro ritorno in Thailandia, soprattutto nel momento del viaggio.
Il viaggio è un fattore di ovvio dinamismo, che fornisce a Forster tutti i presupposti per divertirsi con l’immagine, spingendolo però a fare il passo più lungo della gamba. Ragionare per associazione visiva lo porta rapidamente a perdere la coscienza del limite, trasformando in particolar modo la prima parte della sua creatura in un esercizio manieristico piuttosto ripetitivo dal punto di vista puramente cinetico-visivo. Le soggettive funzionano come chiave formale fino a un certo momento, poiché una fase di scrittura troppo remissiva consegna i personaggi nelle mani dello spettatore entro un lasso di tempo sottile, rendendo così pretestuosa la fase di decostruzione della caratterizzazione della coppia, recuperata appena verso le scene conclusive con l’abbandono di quella disamina erotica francamente di rara pochezza e l’adagiarsi nei pressi di una climax più semplice, dove gli sguardi e le deturpazioni dell’immagine non sono più fini a se stesse. In un ribaltamento che ha del parossistico, Chiudi gli occhi diventa più efficace quando stacca per riposare sulle scene interlocutorie.
A ciò va aggiunta quella fastidiosa sensazione di scentratura che si origina quando il film è male amalgamato, ovverosia gestito tecnicamente oltre quanto consentito dalla compattezza di fondo. Raramente il mercenario svizzero non ha saputo tenere saldo il filo del discorso come in questa situazione, firmando una direzione attoriale inferiore alle sue capacità, specie per quanto concerne Clarke, con Lively invece sarebbe anche ora di rendersi conto che non è fatta per questo tipo di cinema e smetterla di ripetere che è pronta al salto di qualità solo per dieci minuti senza infamia e senza lode in uno dei film sbagliati di Woody Allen. Chiudi gli occhi si perde presto, già smarrito ab initio nella sua ricerca di un’identità, e lo fa nei passaggi più semplici, più scolastici, dimostrandosi pavido quando si crea un’opportunità per un lampo e smaccatamente arrogante mentre si arrocca sugli schemi più collaudati e sicuri: in quest’ottica, nonostante qualche sprazzo estetico di livello e più di una transizione di discreta complessità, rimane una prova poco più che sufficiente con più ombre che luci, buona per il direct-to-video e nulla più.






