“CIAO BAMBINO” DI EDGARDO PISTONE

«Stamm a sentì Attì: ci sta chi eredit e proprietà, chi eredit i sord, e ci sta chi eredit i guaj. N’ ‘e capit che i guaj i papt mo so’ pur i toj. M’ ‘e sentut?».

Sono spietate le parole pronunciate da Vittorio, uno dei “cattivi” della storia raccontata in “Ciao Bambino”, lungometraggio d’esordio di Edgardo Pistone, nato da uno spunto profondamente autobiografico, vincitore del premio per la migliore opera prima alla diciannovesima Festa del Cinema di Roma, ora in concorso all’Edera Film Festival 2025.

L’amara verità è però che ad Attilio, il protagonista del film, malinconico diciassettenne che vive a Rione Traiano, non servono paternalistiche minacce per prendere coscienza di avere sulla schiena –  non a caso così spesso inquadrata dal regista –  un pesante macigno ereditario, che lo inchioda a una periferia di Napoli sconsolata, dove qualsiasi speranza pare preclusa; lo si scorge chiaramente in ogni suo sguardo, persino nei suoi sorrisi, grazie alla recitazione sincera, diretta, naturalissima, di Marco Adamo, sorprendente volto nuovo del cinema italiano.

Quando il padre (interpretato alla perfezione dal padre del regista), un tossicomane irresponsabile e imprevedibile, esce di prigione, Attilio inizia a lavorare per un vecchio magnaccia per tentare di estinguere i suoi debiti. Conosce così Anastasia, una giovane prostituta ucraina, tanto bella quanto fiera e diffidente, che egli ha il compito di proteggere e controllare. Se ne innamora presto, di un amore puro e disperato, e riesce lentamente a sciogliere le difese di lei, indurita da una vita che l’ha “cresciuta” troppo in fretta. La carcassa di una vecchia auto, in uno squallido campo abbandonato tra le palazzine popolari, diventa così microcosmo, luogo sospeso, dove guardare il cielo, ascoltare il frinire delle cicale, e sognare assieme di fuggire via; ma non è così facile per Attilio abbandonare il padre ai suoi guai.

La trama di “Ciao bambino” è semplice, non dissimile a tante storie di formazione già raccontate: storie di giovinezze difficili, di ragazzi “spezzati” dal duro contesto in cui è capitato loro di nascere, che si aggrappano disperatamente ad una purezza tanto preziosa quanto pericolosa, poiché li espone, alieni, ingenui, ad una realtà che non fa sconti; ma Edgardo Pistone, nato e cresciuto a Rione Traiano, riesce –  soprattutto grazie a un bianco e nero pittorico, a tratti quasi “violento” nell’accentuazione dei contrasti –  a farne un melodramma intimo e struggente, di ampio respiro, che travalica il tempo e lo spazio, per indagare il controverso rapporto tra padri e figli, tra grandi e piccoli, riflettendo sulla necessita di scegliere per poter crescere e, scegliendo, rinunciare, rischiare.

La regia di Pistone, calibratissima e studiata in ogni inquadratura, gioca con la circolarità, i refrain, alterna la staticità al movimento, i primi piani alle visioni d’insieme, restituendo, anche grazie a una colonna sonora evocativa e variegata, un’efficace alternanza di vitale spensieratezza e angosciosa lentezza. È un cinema, il suo, che strizza l’occhio contemporaneamente a Pasolini, Sorrentino, Cuarón, ricercando al contempo sincerità e perfezione figurativa; ma nulla riesce a catturare lo sguardo più dei volti e dei corpi di Attilio e Anastasia. Lei per tutto il film lo chiama “bambino”, prima sarcastica, poi intenerita, e infine lo scrive, in una lettera d’amore, che è un addio per davvero, anche se nessuno dei due ancora lo sa: «ciao bambino».

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