Nel XXI secolo la trasposizione si liquefà, lasciando spazio alla messinscena dell’immaginario individuale
La regista Emerald Fennell reinterpreta un classico della letteratura inglese del XIX secolo (Wuthering Heights di Emily Brontë, pubblicato nel 1847) concentrandosi esclusivamente sul nucleo narrativo più celebre del romanzo, la storia d’amore tra Heathcliff e Catherine, rispettivamente interpretati da Jacob Elordi e Margot Robbie.
È dichiaratamente una non-trasposizione: si tratta più di una parziale attualizzazione della vicenda, all’interno di una cornice che si rifà visivamente e contenutisticamente a una romanticizzazione dell’immaginario collettivo derivato dalla lettura. Di fatto, dunque, Fennell dà vita al film che ha proiettato nella sua mente leggendo l’opera – o, più propriamente – sezioni di essa. Ci si trova, dunque, dinnanzi a un interrogativo: il lettore è un regista-fantasma? Lo spettatore è in qualche modo costretto alle immagini (solo in sala o per autoimposizione, come ricorda eternamente l’occhio spalancato coercitivamente di Alex Delarge in Arancia Meccanica di Kubrick), e alcune sequenze di Cime tempestose accompagnano volutamente chi osserva verso questa sensazione di disagio, seppur minore rispetto a Saltburn, precedente lavoro della cineasta. Fennell, infatti, enfatizza la passione dei protagonisti attraverso scene d’amore fisico, che forse rappresentano più una visione contemporanea della protagonista e dell’autrice in quanto donne. Al contempo, però, elementi pop e glamour, un po’ decontestualizzati e decontestualizzanti – come la musica di Charli XCX, l’arredamento pomposo e pastello di Thrushcross Grange, i numerosissimi ed eccentrici abiti di scena – sembrano collocare (con buone probabilità provocatoriamente) il lungometraggio in una zona d’ombra tra il blockbuster per donne e un gusto estetico plasmato dall’algoritmo dei social. Se, quindi, dal punto di vista formale alcune scelte possono risultare ambigue, per quanto riguarda le interpretazioni emerge un’ottima incarnazione – seppur ridotta e modificata – della complessa pluridimensionalità psicologica tracciata da Brontë. Amore, morte, vendetta e ossessione rimangono i nodi tematici cruciali, trasferiti in una dimensione che può deludere, compiacere, assecondare o infastidire un lettore già formato; tra i neofiti, probabilmente, nascerà una curiosità verso le pagine di una storia che meriterà sempre di essere raccontata, provocando fratture tra l’immaginato e il visto. Fa (anche in fotogrammi futuribili?) eccezione il paesaggio naturale, allegorico e potente, essenziale e totalizzante tanto da essere l’unico punto effettivamente immutabile.











