Il Festival di Pesaro già da parecchi anni ha realizzato una collaborazione con il cinema russo che si è sviluppata in numerose rassegne e che quest’anno è stata dedicata agli “sguardi femminili” attraverso la proiezione di cinque opere che spaziavano dalla fiction al documentario.
Vi è stata anche una tavola rotonda, moderata dal direttore artistico della Mostra di Pesaro Pedro Armocida e dalla curatrice della sezione Giulia Marcucci, che ha spiegato la direzione intrapresa dalle artiste per ravvivare il loro cinema nazionale, realizzando un collegamento tra presente e passato. La Marcucci ha aperto il dibattito, partendo dalla selezione del Festival: “È stata una ricerca lunga quella che ci ha portato a selezionare i cinque film della nostra sezione, supportata dalla voglia di portare avanti temi importanti. Ad aprire e chiudere la rassegna sono infatti due documentari e i nodi tematici di tutti i lavori sono più o meno sempre gli stessi: la mancanza di una forte presenza maschile, il ricordo, la presenza dell’anzianità e la natura russa decentrata dai centri urbani”.
Fili conduttori che hanno legato tra loro i vari lavori e che Tatiana Shumova, presidente del Centro dei festival cinematografici e programmi nazionali, si è detta felice di portare alla presenza degli spettatori italiani: “Il pubblico di Pesaro si è sempre mostrato vivamente interessato al nostro lavoro, si è rivelato un gruppo di specialisti che ha sempre avuto voglia di discutere sia prima che dopo la visione dei film”.
Tra le opere presentate soprattutto tre ci sembrano quelle più interessanti. La prima è un cortometraggio di Svetlana Cernikova Colera, quindici minuti molto intensi e poetici in un racconto che parla dell’amore e della memoria. L’amore è quello del vecchio pescatore Serghej che fugge dalla sua quotidianità per andare al lago Onega per incontrare lo spettro di sua moglie. La donna è morta qualche anno prima, ma è sempre molto amata da Serghej e il suo ricordo si fa vivido ma anche lancinante. Questa memoria affiora in un’ambientazione elegiaca dove la natura è così vigorosa e intensa che diventa anch’essa personaggio e accompagna questo amore infinito.
La seconda opera che merita considerazione è The Net di Aleksandra Streljanaja, anche questa che si esprime con un racconto dove la natura incontaminata svolge un ruolo importante. La storia è quella di un giovane che arriva in un villaggio del Mar Bianco, alla ricerca di una ragazza scappata dalla città senza averlo salutato. Uno degli anziani del posto riceve il compito di fargli da guida. Il giovane non pensa che perderà molto tempo, ma il vecchio è preso da un’idea diversa: non lascerà che la sua unica nipote vada a qualcuno che non considera degno. C’è un modo per capire il valore di questo ragazzo anche se la scelta è un po’ ardita, quella di trascinare il giovane sempre più in là nella tundra per insegnargli ad essere un vero uomo. Un’opera intensa dove il paesaggio assume un significato reale ma allo stesso tempo anche metaforico.
Forse il film più significativo è quello di Lera Surkova Pagani tratto dall’omonima piéce teatrale di Anna Jablonskaja, un’opera dove vengono sollevati interrogativi riguardanti la fede e la religione. La vicenda vede protagonista una famiglia, formata da padre, madre e figlia, nella quale irrompe a sorpresa, proveniente dalla provincia, la nonna molto devota e che si sorprende dalla fede un po’ leggera dei suoi familiari. Incomincia così un’opera tenace dell’anziana signora per ripristinare all’interno della casa una tensione religiosa che sembra essersi smarrita.
E così il racconto si dipana tra l’integralismo religioso della nonna, la tiepidezza della coppia che si ravviva solamente quando la chiesa diventa uno strumento per trovare un lavoro e guadagnare dei soldi e soprattutto nel dramma dell’adolescente che si smarrisce in una storia d’amore infelice.
Il film risente della radice teatrale basandosi su un testo efficace che mette in rilievo delle condizioni anche un po’ estreme ma che riflettono in pieno alcune realtà della situazione russa che talvolta si sviluppano in dimensioni contradditorie. Certamente la mancanza di comunicazione e le difficoltà di comprendersi tra diverse generazioni danno al testo una dimensione universale.






