Alla sua terza regia dopo Joaquin Phoenix – Io sono qui del 2010 e Light of My Life del 2019, Casey Affleck porta al Lido il suo terzo lungometraggio da regista, Company, in Concorso Venezia 83. La storia prende avvio in una notte d’inverno del 1975, quando una misteriosa donna di nome Evelyn (Emily Alyn Lind) si presenta “per caso” e senza invito a una festa e inizia a raccontare la storia di Tom (Nick Nolte), un uomo anziano che nel 1953 ha salvato la vita a un’attrice sorpresa da una tormenta di neve. Da qui si sviluppa un altro piano della narrazione, col racconto dell’attrice che, davanti al fuoco, narra una storia ancora più antica.
La struttura narrativa di Company, con una sorta di gioco di scatole cinesi e un andamento concentrico in cui una storia ne contiene un’altra, è la caratteristica più interessante del film che Casey Affleck ha scelto di dedicare ai suoi genitori, scomparsi entrambi nell’ultimo anno. La storia raccontata da Evelyn è contenuta in quella, ancor più antica, condivisa dall’attrice interpretata da Caylee Cowan e in questa parte della narrazione facciamo la conoscenza di due contadini (Adelaide Clemens e Scoot McNairy) che accolgono un misterioso giovane che ha il volto di Atticus Affleck, il figlio del regista, il cui arrivo coincide con una serie di efferati omicidi.
Sono tre i piani temporali in cui si sviluppa il film di Casey Affleck che, attraverso le diverse storie, tesse un unico quadro piuttosto suggestivo che riflette su tematiche quali quella del lutto, della sofferenza, del dolore e della vendetta, in un costante dialogo tra passato e presente. La struttura è affascinante, con ciascuna storia che trova nell’altra inveramento e significato, con un buon equilibrio tra le parti e una narrazione organica che, anche a livello di montaggio, gode di un ottimo equilibrio.
Il racconto si allarga e stratifica man mano che la storia procede, in una sorprendente ambientazione che deve molto al genere western, che qui si presta come terreno fertile per impiantare un’importante riflessione morale. Splendida la fotografia, in un film tecnicamente pressoché impeccabile specie quando si tratta di restituire sul grande schermo la magnificenza dei paesaggi in cui è ambientato. Qualche problema, invece, lo si riscontra sul fronte di un ritmo non sempre all’altezza, di una certa ripetitività e di un andamento via via sempre più prevedibile man mano che ci si avvicina al finale.











