“CRISTINA” DI GIULIO GOLFIERI
A “Cristina” non piace giocare leggero. Il cortometraggio del regista sandonatese Giulio Golfieri, in arte RATS, è stato presentato in concorso all’Edera Film Festival 2025 nella sezione Focus Nord Est e fin dal primo momento si è distinto per la sua originalità. Il tema è atipico: una vampira oncologica riflette sul senso di una vita di sofferenze. Si tratta di un’opera complessa, un ritratto fantastico di un’esistenza reale.
Protagonista e ispirazione della storia narrata è Cristina Malcisi, fotografa e attivista bolognese. Nel corso della sua esistenza la donna ha affrontato una battaglia contro il cancro, lotta di cui porta fieramente le cicatrici. Golfieri accoglie l’animo ferito della sua attrice e ne sublima le dure esperienze tessendo attorno alla sua figura un’affascinante storia di demoni tanto interiori quanto esteriori. L’autore si muove con fluidità attraverso i generi, toccando con intelligenza tematiche non facili.
Complice un bianco e nero espressionista che ricorda molto le atmosfere di “The Lighthouse” (2019) di Robert Eggers, il cortometraggio cattura fin dal primo momento l’occhio dello spettatore, incuriosito dall’alternarsi di immagini simboliche e quotidiane, intervallate da inquietanti found footage. Dentro una doccia ritroviamo anche un eco al “Psyco” (1960) di Alfred Hitchcock, un frammento di narrazione in cui sensualità e lussuria sfociano in una vulnerabilità che risulterà fatale. Le atmosfere sono horror, la narrazione drammatica, il tutto tratteggiato da note pulp e suggestive sequenze primordiali. I corpi diventano il mezzo per esprimere il tumulto animale e il fuoco vitale che risiede anche dentro a chi, ormai ferito e morente, ancora lotta per sopravvivere. La colonna sonora, spesso dissonante, è la punteggiatura espressiva che completa un film privo di dialoghi. Ci sembra di essere in ascolto dell’accompagnamento dal vivo di una proiezione d’altri tempi, più che della musica extradiegetica a commento del cortometraggio (interessantissimo il lavoro di AMOROBOT, ndr). La dissonanza sonora genera un forte senso di disagio, come se l’esecutore di quelle note non fosse pienamente cosciente dell’arco narrativo che sta orchestrando e se ne sorprenda insieme a noi.
Sin dalla prima scena proviamo angoscia ma anche placida rassegnazione; siamo inermi di fronte alle scelte di Cristina e non possiamo che avvallarle con tacito assenso. Il costante ronzio di apparecchi che scandiscono lo scorrere inevitabile del tempo ci disturba e aliena. La nostra ansia aumenta mentre la donna si ritrova a dover scegliere a quale ‘arma’ affidare l’arduo compito di terminarla. C’è eroismo nell’autodeterminazione, questo la protagonista lo sa. Non ci è quindi difficile comprendere il gesto finale di una mente in metastasi, seppur essa sia di una splendida, sofferente, vampira.