Bielorussia, 1996. La giovane Velja (Evelina) fa la deejay nei club della Minsk post-sovietica e sogna di visitare Chicago, culla della sua adorata musica house. Per ottenere il visto americano è costretta però ad indicare un posto di lavoro fittizio con un recapito altrettanto inventato: un inghippo burocratico che dà il via ad un viaggio tragicomico nella provincia del paese, mentre la partenza per gli USA sembra sempre più lontana…

“Ehi, Fata Turchina, dov’è il tuo Pinocchio?”. Due ragazzotti dall’aria ottusa in giacca di pelle si fanno due risate sull’autobus dove è appena salita, totalmente incurante, una ragazza col cappotto rosso e i capelli a caschetto tinti di blu. A Londra o a Los Angeles non darebbe minimamente nell’occhio, ma nella Minsk del 1996 sembra effettivamente un bizzarro folletto, del tutto fuori luogo tra il grigio sporco della neve semisciolta e dei palazzoni di cemento. Velja, che in autobus e per strada ascolta musica techno americana in cuffia a tutto volume, non fa caso alle opinioni altrui e tenta, con non poca tenacia, di dar forma a una personalità che si impernia appunto attorno alla musica dei club dove fa la deejay e alla vera e propria Mecca di questa musica, ovvero gli Stati Uniti.

Non è una figura totalmente autobiografica quella della protagonista di Chrustal’, opera prima di Daria Zhuk presentata in prima mondiale al 53° Festival di Karlovy Vary, anche se la regista è bielorussa di nascita e statunitense di adozione. Daria Zhuk vive infatti da 20 anni tra New York e Minsk, ha studiato ad Harvard e alla Columbia University, prima di approdare a questo suo primo lungometraggio di fiction presentato con un ottimo riscontro di pubblico nella sezione “East of the West” ha lavorato per la televisione americana, e qui ha deciso di procedere a una sorta di “collage” di storie, in buona parte raccolte ora da amici di infanzia, ora durante le interminabili file davanti al Consolato americano di Minsk ogniqualvolta toccava ritornarvi per il rinnovo del visto. In questo modo è riuscita a dipanare, in una coinvolgente e dettagliata ricostruzione d’epoca e con un ottimo ritmo narrativo (anche grazie a una sceneggiatura ricca di ironia e umorismo), un soggetto che è al tempo stesso individuale ed esemplare per la Bielorussia del 1996: da un lato si tratta dell’anno in cui la regista stessa ha lasciato il suo paese d’origine (e, da emigrata, Daria Zhuk ammette di conoscere senz’altro meglio la Bielorussia di allora rispetto a quella di oggi), dall’altro è il culmine degli anni ’90, periodo confuso e sperimentale di transizione per tanti paesi ex-sovietici e nella fattispecie per la neonata Repubblica bielorussa, sospesa fra Russia ed Europa e alla ricerca, esattamente come la protagonista e la nuova generazione di cui quest’ultima fa parte, di una sua identità.

E questa ricerca, perlomeno per i ventenni della capitale Minsk, non può che passare per tanti realia dell’Occidente a lungo proibiti e ritenuti immorali e antipatriottici, musica in primis: se negli anni ’80 l’avevano fatta da padrone il rock e il punk, arrivati oltrecortina per vie semiclandestine e suonati di nascosto negli appartamenti, ora è il turno dell’house, della techno, dei rave in nuovi spazi urbani dove non mancano le vecchie statue di Lenin e di altri dei dell’Olimpo sovietico totalmente svuotate del loro pathos ideologico e trasformate in accattivante quinta scenografica. O, come si vede in un’altra scena, nello sfondo innocuo per le foto di turisti giapponesi in visita al Museo della Grande Guerra Patriottica, dove la madre di Velja lavora e dove si cercano al contrario di mantenere il decoro, l’austerità e i valori pre-1991 (che, pure, la stessa madre della protagonista infrange, volente o nolente, con la sua ossessione per le discipline orientali, altro feticcio dei paesi ex-sovietici negli anni ’90).

Questa nuova variazione di un “sogno americano” che presenta le sue ingenuità ma è coltivato dalla protagonista con caparbia convinzione (e la forza del personaggio di Velja deve molto anche all’interpretazione dell’attrice Alina Nasibullina, anche lei al suo debutto sul grande schermo), si scontra però con la burocrazia degli USA, non meno macchinosa di quella sovietica. Per ottenere il visto occorre dimostrare di avere un lavoro stabile in madrepatria, e presentare una dichiarazione fasulla ottenuta a pagamento con un recapito fittizio del proprio ufficio (altra pratica assai usuale in quel periodo) complicherà ulteriormente le cose: nella seconda parte del film Velja si ritroverà catapultata al recapito fittizio, ubicato nella cittadina ancora tutta sovietica di Chrustal’, “Cristallo”. Anche se il toponimo può far pensare ad un luccicante castello delle fiabe, si tratta ovviamente di una località industriale, vecchio fiore all’occhiello della produzione di oggetti di cristallo (come il cigno del titolo inglese del film), che ora vengono esportati e spacciati all’estero per francesi – un’altra rinuncia ad elementi della propria vecchia identità, senza che se ne trovino però di nuovi. A Chrustal’, dove persino Minsk sembra lontana anni luce e fa le veci dell’America, Velja irromperà inaspettatamente, con tutte le sue stravaganze incomprensibili per la gente del posto, nella vita di una tipica famiglia locale, in attesa che arrivi la telefonata di verifica del Consolato americano (che, come nella migliore tradizione surrealista, sembra non arrivare mai), e nel frattempo imparerà a conoscere meglio i suoi connazionali e se stessa.

Chrustal’ è dunque una commedia agrodolce che ci apre uno squarcio su uno spazio dove il vecchio e il nuovo, il sovietico e il post-sovietico ora convivono, ora cozzano, senza Ostalgie né apologia delle promesse che il presente sembra riservare, ma solo con grande empatia nei confronti dei personaggi. Il futuro di Velja rimane un punto interrogativo, nel villaggio-tipo di Chrustal’ continueranno probabilmente a vivere come hanno sempre vissuto (e chi ha dimestichezza con la provincia russa e bielorussa non potrà che notare come tutta una serie di dettagli siano uguali anche a vent’anni di distanza: gli appartamenti fatiscenti, il matrimonio con ampio consumo di vodka e cetrioli, le scarse prospettive lavorative e la conseguente arte di arrangiarsi). L’ultimo frammento inquadra però una piccola manifestazione di attivisti contro il nucleare (non dimentichiamo che la Bielorussia è il paese che forse ha più sofferto in seguito alla catastrofe di Chernobyl), e sembra lasciar intendere che, nonostante tutto, qualcosa si muova e non si spenga in un rassegnato e stanco fatalismo sotto l’egida del nuovo regime di Aleksandr Lukashenko (alla guida del paese dal 1994, con progressivi irrigidimenti del potere da allora ad oggi). Forse, insomma, la giovane Bielorussia post-sovietica ha un potenziale, per quanto fragile come gli oggetti di cristallo della città omonima.

Se sul futuro della Bielorussia è certo difficile fare ipotesi, c’è però un dato di fatto: questo paese dell’Europa orientale, che differentemente dai suoi vicini non può certo vantare una tradizione filmica di livello internazionale complice anche la sua sostanziale chiusura in se stesso, negli ultimi tempi ha visto nascere alcuni giovani registi e produttori che, ovviando alla mancanza di risorse dell’industria cinematografica locale attraverso co-produzioni con altri paesi (e Chrustal’ ne è perfetta dimostrazione), stanno facendo sentire una loro voce originale e di non poco interesse. Daria Zhuk, che in diversi interventi ha non a caso ribadito l’importanza di fondi nazionali bielorussi per incentivare l’opera dei giovani registi del paese, è per ora una “prima pioniera”, e il suo lavoro, dopo il successo a Karlovy Vary, ha già ottenuto un altro importante riconoscimento: Chrustal’ sarà il primo film bielorusso dopo 22 anni (da quello stesso, ormai lontano 1996) ad essere presentato per la candidatura all’Oscar come miglior film straniero.