Piotr e Marta vengono convocati dal padre che non vedono da diverso tempo, poiché la madre e moglie della famiglia sembra essere misteriosamente scomparsa. Inizia una “quest” alla ricerca della donna, che sembra però svelare più di quanto i suoi familiari si potessero immaginare su di lei.

Il regista polacco Grzegorz Jaroszuk aveva debuttato qualche anno fa proprio a Karlovy Vary, che ora accoglie nella sezione competitiva “East of the West” la sua seconda prova sul lungometraggio. Purtroppo non vedemmo il suo esordio Kebab & Horoscope, ma il regista sembra essere tornato alla carica con le idee chiare, mettendo su una coproduzione con la Repubblica Ceca e facendosi distribuire da una ottima casa russa, la Antipode; inoltre ha recuperato l’attore Olaf Lubaszenko al cinema d’autore: era infatti il protagonista maschile di Decalogo 6 e della versione lunga Non desiderare la donna d’altri-Breve film sull’amore di Krzysztof Kieslowski, ma ultimamente aveva optato per collaborazioni più commerciali.

C’erano dunque diversi presupposti per un film interessante, ma dobbiamo dire subito che esso non è completamente riuscito, e per comprenderlo meglio useremo una metafora: è come se questa opera seconda si trovasse su una pista di decollo, desse a volte degli scatti verso l’alto, ben promettendo, ma poi alla fine il suo motore si “incartasse”, senza permetterle mai di prendere davvero il volo. Jaroszuk (anche sceneggiatore) costruisce una trama di rapporti interpersonali che sembra una variazione, appunto, del Kieslowski più leggero, drogata e virata con tocchi di cinema indipendente alla Sundance e con stravaganze comportamentali alla Wes Anderson. Non che questo Dear Ones si basi su simmetrie e colori pastello come i film dell’americano, ma l’umore, le battute (più o meno riuscite) ricordano a tratti anche il mondo stralunato dell’autore di Grand Budapest Hotel.

I personaggi sono più che altro degli strambi introversi, incapaci di comunicare davvero fra di loro e ognuno un po’ imprigionato in una sua ossessione. Il trentenne Piotr, per esempio, è un maniaco di teorie orientali di autocontrollo, e non fa che auto-sottoporsi a esotismi strampalati e inconcludenti che dovrebbero aiutarlo a trovare un equilibrio, ma che invece ne fanno un totale disadattato. Suo padre dimostra più che altro che la mela non cade spesso lontana dall’albero, bloccato anch’egli in una sua vita semi-autistica in cui si chiude a guscio senza grosse possibilità di uscita. O almeno questo è quel che sembra, perché la molla che fa smuovere questa stasi stagnante è proprio la fuga della madre, che solo con la sua assenza sembra essere capace di riunire almeno esteriormente questi satelliti un po’ ondivaghi che formano una famiglia disadattata.

Inizia così la parte più “movimentata” del film, in cui i tre cercatori sembrano riuscire a togliere uno dopo l’altro gli strati di mistero che avviluppano l’esistenza della donna scomparsa, ma anche le connessioni che tempo addietro erano nate fra di loro. Grazie ad una ostinata serie di domande, ricerche e indagini fra gli abitanti del quartiere che suddividono il film in unità strutturali (a tratti ripetitive) i tre pensano di aver svelato un mistero: la donna sarebbe in realtà una benefattrice, capace di sostenere molte persone in difficoltà grazie alle sue vincite nei giochi d’azzardo. La sorpresa e la rinnovata ammirazione per la donna sembrano smuovere le acque chete che ormai si erano depositate nella famiglia, e (come era da prevedere) riunisce e riavvicina i “sopravvissuti”, costringendoli a parlare e ad analizzare finalmente vecchie magagne mai risolte.

Il problema del film è che “si tiene tutto dentro”, un po’ come la famiglia che ritrae. Le potenzialità di un’analisi a ritroso di dubbi, scontri e incomprensioni vengono messe in secondo piano per privilegiare un tono sornione in sottrazione che avrebbe potuto funzionare meglio se fosse stato elevato a dettame stilistico funzionale. Invece qui la stravaganza, il non detto, i vicoli ciechi e i circoli un po’ viziosi delle ossessive ricerche per negozi e cortili rimangono quel che sono: scene scritte a tavolino per dare forma ad un “long feature” che forse non ha il respiro per superare l’ampiezza tematica di un mediometraggio. Anche la sorpresa/rivelazione finale non convince appieno e il cast stesso sembra costretto a prove eccessivamente misurate, che non diventano però emblematiche e di spessore. Insomma, il buon Jaroszuk ha del talento, ma è “rimandato a settembre”, le potenzialità ci sono, uno stile di regia pure (la scuola di Lodz non mente), ma una mano più forte in sede di sceneggiatura potrebbe fargli fare quel passetto in più perché le sue storie decollino davvero.