Non può mancare mai nella sezione Orizzonti, esattamente come accade spesso anche per la Biennale College, un onesto e lineare film di formazione. Ormai questa tipologia narrativa è al centro delle categorie succitate, e in generale qui a Venezia, spesso perché tale genere è comune per un esordio, e allo stesso modo tra gli esordi è comune la caratteristica autobiografica.

Non si distacca da nessuno schema Flavia Castro, un buon prospetto di questa edizione che dietro alla sua mdp si comporta senza infamia e senza lode, con il bagaglio classico di esosi scavalcamenti di campo e pretenziose scelte tecniche che mal si sposano con l’occhio per l’estetica che spesso compone quadretti certo non liquidabili con un’alzata di spalle. Castro è dunque sì dietro la macchina ma pure davanti a essa, come Joana, un di lei alter ego nelle vesti di una sedicenne  ribelle che trova momentanei appigli nel suo mondo ancora troppo rarefatto nel rock, appoggi che però le verranno a mancare quando verrà costretta a ritornare in Brasile, suo paese d’origine, dopo essersi trasferita piccolissima in Francia. Nella Rio de Janeiro degli anni ’80 Joana dovrà ricostruire il passato suo e della sua famiglia in un turbinio di lettere e fotografie, ricordi nebulosi, finendo necessariamente per confrontarsi  con il fantasma del padre, morto più di dieci anni prima.

Senza lode e senza infamia è la prestazione alla regia di Castro, ma questa è anche la cifra di tutto il film, che fatica a rimanere compatto nella sua messa in scena, prestandosi piuttosto ad assumere l’aspetto di una razionalizzazione artificiosa che tiene assieme tutta una serie di idee o suggestioni differenti. La “formazione” è gestita per puntate, per singoli capitoli che hanno un’inizio, uno svolgimento e un punto di rottura che ci introduce alla successiva, la ricerca dell’identità di Joana non è un unicum, ma una serie di immagini slegate che si susseguono una dopo l’altra. L’idea della memoria (anche se sarebbe più opportuno parlare di ricordo) come un puzzle da ricostruire non è certo rivoluzionaria, ma allo stesso tempo questa impostazione rischia di diventare eccessivamente schematica nella sua fermezza, specie nel fare a pezzi arbitrariamente un concetto di portata mastodontica come quello dell’identità. Infatti Castro non si dimostra in grado di gestire il tema nella sua complessità, tralasciando la componente territoriale per concentrarsi esclusivamente su quella familiare. Passi la globalizzazione, ma troviamo difficile credere che Brasile e Francia siano solo appendici tettoniche dello stessa nazione: tant’è che non c’è nessun conflitto interno veramente tale in Joana, sono sempre aut-aut interni (questi sì) al medesimo apparato di riferimento. Non si aprla ovviamente della rappresentazione dell’ambiente (efficace), ma del modo di pensare che non subisce cambiamenti strutturali.

Deslembro non è una ricerca quindi, non è un recuperare la memoria, che è un continuo riflettere su un ricordo, ma una sorta di ricostruzione, un assemblaggio di immagini che ritornano in senso opposto a quello cronologico. Nell’andare a rappresentare questo flusso Castro pecca di mancanza di decisione, già la sua messa in scena è insicura e alla ricerca di certezze che trova a malapena negli schemi più collaudati, riuscendo tuttavia a porsi correttamente per quanto concerne i personaggi e la gestione dei tempi. Il film fila via veloce e anche se durante la visione aleggia la sensazione di una vacuità di fondo, si fa seguire senza troppi problemi. A livello di attenzione estetica, ha un certo pronunciamento che fa intravedere del talento in quest’ambito. Non possiamo certo inflazionare il significato del termine “visionario” per questo genere di cose, ma una certa capacità di vedere del potenziale (cinematograficamente parlando) dove altri non pensano nemmeno alla possibilità di farlo c’è, e questo può sempre voler dire qualcosa. Senza contare che Castro alla direzione degli interpreti si fa valere, ottenendo il massimo da un cast inesperto e restituendone una fase attoriale molto sentita – ma mai enfatizzata.

Senza lode e senza infamia, quindi, a costo di risultare ripetitivi. Rimane però il dispiacere di guardare una pellicola che non persegue i suoi punti di forza e si arena nel tentativo di apparire autoriale, perché di fatto risulta comunque, almeno in alcune sequenze e lasciando perdere l’arroganza dei principianti (perché alcuni scavalcamenti di campo pesano sull’architettura scenica, eccome se pesano), formalmente godibile; le buone idee non mancano, ma, in breve, vale lo stesso discorso che viene fatto per gli esordienti di questo tipo: non c’è consistenza di fondo, e infatti è nella parte più teorica che Deslembro si perde, non riuscendo a mettere in piedi una riflessione sulla memoria che sia convincente.

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