Dall’omonimo romanzo breve di Georgij Demidov, fisico ed ex prigioniero politico sovietico. URSS, 1937: il giovane procuratore Aleksandr Kornev si reca a Mosca dalla provincia per discutere con il procuratore generale una questione, a suo avviso, di estrema importanza: nel carcere di Brjansk un anziano bolscevico arrestato perché sospettato di attività controrivoluzionaria gli ha rivelato di essere stato crudelmente torturato e si è detto innocente, sostenendo invece che i veri sabotatori e nemici del popolo sovietico sono gli agenti dell’NKVD (la polizia politica dell’epoca) che lo tengono prigioniero. Kornev, che è membro del Partito e crede fermamente nella ‘giustizia comunista’, decide suo malgrado di perorare la sua causa…

Per ogni cittadino della Russia sovietica era assai familiare il concetto di zona come carcere, lager, spazio chiuso e impregnato di violenza con le sue regole e le sue gerarchie, da cui era ben difficile trovare una via di fuga; altrettanto familiare era un’espressione come bol’šaja zona, ‘grande carcere’, impiegata per riferirsi a un intero paese analogamente ripiegato su se stesso, ossessionato dai nemici esterni e interni, apparentemente privo di vie d’uscita per coloro a cui le maglie dell’ideologia e della censura risultassero troppo strette. Similmente alla zona, grande o piccola che sia, gli spazi in cui Sergej Loznica ci fa entrare nel suo nuovo lungometraggio, coprodotto da svariati paesi europei e recitato in russo, che ha avuto la sua prima proiezione a Cannes 2025 e ora arriva a Karlovy Vary, sono immancabilmente claustrofobici, soffocanti, minacciosi, schiacciati nei gangli di corridoi, celle, uffici e scale entro cui i non addetti ai lavori – i čužie, gli ‘estranei’, per recuperare un altro concetto chiave della cultura russa – non possono che ritrovarsi in trappola, sensazione peraltro corroborata dal frequente ricorso a inquadrature fisse e ovviamente dai colori opachi, crepuscolari, in una gamma che non si spinge molto oltre il grigio e il marrone (il direttore della fotografia e collaboratore fisso di Loznica, Oleg Mutu, qui dà il meglio di sé).

Tale è, ovviamente, lo spazio del carcere di Brjansk dove si svolge la prima metà del film (e davanti al cui cancello il film termina, in una perfetta Ringkomposition), sorta di fortezza inespugnabile protetta da una trafila infinita di lucchetti, cancelli, portoni e grate che rendono l’arrivo in un ufficio o in una cella uno snervante percorso a tappe, fatto di attese interminabili, umiliazioni, volti torvi di guardiani incaricati di sbarrare la strada: emblematico è a tal proposito il gruppo di donne vestite di nero che, differentemente dal procuratore Kornev che può accedervi, seppur a fatica, grazie al suo tesserino lasciapassare, non hanno la minima possibilità di entrare nella prigione per informarsi del destino dei propri figli e mariti (e qui non possono che tornare in mente i versi del ciclo Requiem di Anna Achmatova, somma poetessa che negli anni Trenta trascorse ore davanti alle porte del carcere di Leningrado dov’era rinchiuso suo figlio). Ma a suo modo è una zona anche il ministero moscovita dove Kornev, nella seconda parte del film, va a chiedere un colloquio con il procuratore generale, scontrandosi  con gli stessi ostacoli in una situazione che, come molti hanno osservato, ricorda il migliore Kafka (o, per restare in Russia, il migliore Gogol’, perché la burocrazia su cui poggiava l’Impero zarista non era meno mastodontica e grottesca). Claustrofobici, poi, sono anche i vagoni del treno su cui Kornev viaggia a metà e alla fine del film, in un intrigante gioco di paralleli: stretto in mezzo a una varia umanità rumorosa e dolente (il tanto decantato ‘popolo’) all’andata; schiacciato dalla sorniona manipolazione psicologica dei suoi aguzzini (due agenti dell’NKVD in incognito), seppur in una comoda cuccetta, al ritorno. Nonostante la buona fede cristallina di Kornev, si percepisce a pelle una minaccia sempre incombente, in primo luogo per la sfiducia sospettosa che traspira da ogni sguardo o frase pronunciata, in un’atmosfera che, con tutte le differenze stilistiche del caso, può richiamare alla mente un altro grande film sull’epoca staliniana, Khrustalyov, my car! (1998) di Aleksej German, sulla nuova ondata di repressioni a ridosso della morte del dittatore.

D’altronde, tra spazi simili si muoveva anche l’ingenua protagonista, moglie di un carcerato, di Krotkaja (La mite, 2017): se da un lato Loznica pare recuperare delle suggestioni del suo precedente lavoro di fiction di otto anni or sono – in seguito, fino a Two Prosecutors, il regista ad esclusione di Donbass ha presentato solo documentari –, dall’altro la storia del procuratore Kornev e del detenuto politico Stepnjak sembra un pendant finzionale a un documentario come The Trial (2018), in cui erano stati recuperati dei filmati d’archivio di uno dei primi processi politici dell’era staliniana, che nel 1930 aveva visto diversi studiosi e ingegneri accusati di sabotaggio a favore dei “capitalisti stranieri”. In Two Prosecutors ci spostiamo una decina di anni più in là, nel periodo più duro del Grande Terrore, quando gli arresti, i processi sommari e le fucilazioni potevano coinvolgere anche centinaia di persone al giorno – e coinvolsero, nel 1938, anche Georgij Demidov, l’autore del romanzo breve cui è ispirato il film. Come ben dimostrano, ad esempio, eventi come “La restituzione dei nomi” organizzata dall’ONG Memorial (prima anche in Russia, ora unicamente all’estero) allo scopo di ridare un’identità individuale alle vittime delle repressioni dell’epoca e conservarne la memoria, si poteva trattare anche di comuni cittadini denunciati da vicini di casa o colleghi per motivi prosaici e meschini; ma a essere colpiti con particolare brutalità furono bolscevichi della vecchia generazione che, come lo Stepnjak del film, avevano combattuto nel 1917 e durante la guerra civile e ora, a causa di faide interne alle fazioni del Partito o di semplice paranoia di un potere centrale intenzionato a mantenere la propria posizione col pugno di ferro, venivano trattati da traditori o da ‘fascisti’. Stepnjak, di origine chiaramente ucraina, dice di essere stato addirittura bollato come seguace di Simon Petljura, l’‘atamano’ che combatté contro l’Armata rossa e negli anni Trenta era visto come il simbolo delle forze ‘nazionaliste’ e antisovietiche ucraine. 

Il brillante procuratore Kornev – ben interpretato da un irriconoscibile Aleksandr Kuznecov, collaboratore di lunga data del teatro di Kirill Serebrennikov Gogol Center, che qui rinuncia alla sua bellezza smagliante per prestare il volto a un personaggio insieme risoluto e fragile –, si è formato già nell’Unione Sovietica staliniana e crede schiettamente, come vi credeva anche Stepnjak, nella ‘verità bolscevica’, quella pravda che dovrebbe garantire l’esercizio adeguato del pravo, il diritto difeso da chi come lui ha studiato giurisprudenza con le migliori intenzioni, anche all’interno di una dittatura in caduta libera verso l’abisso del totalitarismo. Ma capirà ben presto che in nome di quella pravda è stato ormai sdoganato un sistema in cui la giustizia è appannaggio della polizia politica e la punizione preventiva ha violentemente scalzato quel concetto antico-romano di presunzione di innocenza che Kornev espone, ignaro, a coloro che saranno i suoi carnefici. Kornev è ancora convinto che un procuratore debba ‘fare chiarezza’ su un crimine già commesso e solo poi stabilire, in base alla legge, quale sarà il verdetto; la macchina del terrore sovietico, invece, emette una sentenza esemplare prima ancora che sia commesso un crimine: sentenza che sarà pronunciata, ovviamente, anche nei confronti di Kornev, perché è ormai un pericoloso ‘estraneo’ che non condivide le atroci leggi non scritte dell’NKVD – NKVD ai cui vertici, come vediamo, si trovano delle assolute nullità che, però, si conformano alle regole – e va quindi eliminato a prescindere. La scure che si era abbattuta sulla vecchia generazione diventa così anche la ghigliottina di quella nuova, in strindente contrasto con la canzone di propaganda sul futuro glorioso della gioventù comunista che i due agenti canticchiano in treno e che accompagna, in una versione che ricorda gli allegri – e ossimorici – musical sovietici degli anni Trenta, i titoli di coda. Tutto prevedibile e cristallino al limite del didascalico: come ben sappiamo, però, rileggere certe pagine di storia non è mai superfluo, specie se ciò avviene attraverso film di qualità come questo.

Nei primi giorni del Festival di Karlovy Vary, oltre a Two Prosecutors, era emblematicamente in programma anche il documentario-epopea della regista russo-americana Julia Loktev My Undesirable Friends – Last air in Moscow: tre puntate per un totale di cinque ore e mezza che ripercorrono passo passo la vita quotidiana e il difficile lavoro di giornalisti e attivisti russi tra l’autunno 2021 e il febbraio 2022. In qualche modo, le figure seguite dalla regista possono ricordare il procuratore Kornev: giovani, brillanti, coerenti, legatissime al proprio paese, si sforzano di cambiare il regime putiniano dall’interno appellandosi allo Stato di diritto, a un potere giudiziario autonomo e ai principi della Costituzione russa del 1993. Purtroppo i loro tentativi, come quelli di Kornev, sono stati vani a fronte dei giri di vite che avevano già caratterizzato il periodo antecedente l’invasione su larga scala dell’Ucraina e, a maggior ragione, si sono inaspriti dopo il 2022, rendendo pressoché impossibile il giornalismo indipendente e l’attività delle organizzazioni non governative. La già menzionata Memorial, da parte sua, in Russia è stata liquidata e accusata, tra le altre cose, di “diffondere un’immagine dell’Unione Sovietica come Stato terrorista”, proprio perché effettuava ricerche mirate sulle repressioni del Novecento. Certo, le repressioni 2.0 di oggi in molti casi comportano ‘solo’ restrizioni, multe, o l’esilio – e alla vita degli stessi protagonisti all’estero sarà dedicata la seconda parte del documentario di Julia Loktev, ora in lavorazione. Nondimeno, la scena di fine 2021 in cui la fidanzata del giornalista Ivan Safronov, incarcerato con l’accusa infondata di spionaggio, si reca alle porte della tristemente famosa prigione moscovita di Lefortovo per fargli recapitare dei pacchi di effetti personali, riecheggia comunque in modo inquietante le prime e le ultime inquadrature del film di Loznica. Del resto, negli ultimi anni l’erezione di monumenti a Stalin è molto ben accetta in diverse città della Federazione russa, e il volto di colui a cui, come vediamo all’inizio di Two Prosecutors, i carcerati bolscevichi degli anni Trenta scrivevano lettere accorate dichiarando di essere innocenti e confidando nella rettitudine di un ‘buon leader’ ignaro delle nefandezze dei suoi sottoposti, è ricomparso persino al suo vecchio posto d’onore a una fermata della metropolitana di Mosca.