È abitudine acquisita e fastidiosa quella di tante testate che, quando si occupano di una serie recente, iniziano sempre a tratteggiare l’introduzione a partire dai canoni che cambiano a seconda dei tempi. Ce ne siamo accorti, il fenomeno del serial televisivo ha subito una (seconda) evoluzione in seguito all’avvento delle piattaforme streaming. In generale la dialettica instauratasi tra produzione e pubblico è stata stravolta dal fatto che il mezzo distributivo e il dispositivo analitico delle ricerche di mercato sono diventati letteralmente la stessa cosa. Ma quindi questa è la solita recensione che inizia parlando dei tempi che cambiano? Beh sì, mica siamo speciali noi. Poi forse parliamo anche di Dexter se avanza spazio.
Nel mare magnum di reboot, sequel, prequel, spin-off, remake più o meno inutili che scaturiscono dal fatto che le opere originali, nell’epoca della produzione industrializzata di intrattenimento per il piccolo schermo, hanno una percentuale di fallimento piuttosto alta in virtù del modello produttivo di riferimento (e che giocoforza hanno dovuto adottare anche i canali cable), ecco, magari un posticino per Dexter potevamo trovarlo. Il lascito di una serie altalenante ma storica era stato parecchio ambiguo, dopo quattro stagioni buone e altre quattro meno riuscite (eufemismo), con tantissime idee valide sprecate o mal declinate, coronate dulcis in fundo da un finale avvilente. E perché non approfittare dell’andazzo globale per metterci una pezza? Dexter: new blood è una miniserie in 10 episodi affidata alla regia di Marcos Siega e soprattutto scritta da Clyde Phillips, capo showrunner della prima metà della serie originale, il cui allontanamento è stato considerato la causa principale del calo qualitativo della stessa negli anni ’10.
Il plot
Dove eravamo rimasti? Il nostro amichevole serial killer di quartiere adesso si chiama Jim Lindsay e vive nella remota e innevata Iron Lake, NYS. Qui Dexter Morgan – Michael C. Hall – si è rifatto una vita e recita la parte di un sempliciotto di mezza età in fuga dalla frenesia metropolitana, tutto sommato soddisfatto della sua noiosa routine fatta del lavoro in un negozio di caccia, della mungitura delle caprette al mattino, della serata settimanale di svago al pub e della relazione non troppo seria con il capo della polizia locale, Angela Bishop – Julia Jones. In questa specie di borgo dove tutti si conoscono, il segreto di Dexter è affidato a una riunione regolare degli AA (assassini anonimi) a cui il protagonista dà vita con il ricordo della sorella – Jennifer Carpenter, che subentra nel ruolo fantasmatico che svolgeva il padre Harry nella serie madre.
Ogni mattina il nostro si sveglia e segna un giorno sul calendario: «Ciao, mi chiamo Dex e sono circa dieci anni che non faccio a pezzi nessuno». A sconvolgere questo monotono idillio arrivano due o tre guai tutti assieme, come da tradizione. Il passeggero oscuro ritorna a bussare alla porta e dopo un decennio di digiuno Matt Caldwell, uno sgradevole figlio di papà sbruffone, diventa la centotrentanovesima vittima del fu macellaio di Bay Harbor; e mentre Dexter scopre che uccidere è come andare in bicicletta e cerca di risolvere la questione del cadavere, si rifà vivo il figlio Harrison – Jack Alcott -, abbandonato alle cure di Hannah McKay quando era ancora piccolo perché non diventasse come il padre. Dopo un’iniziale esitazione, Dexter decide di accoglierlo e provare a vivere una vita normale, nascondendo il lato mostruoso che è appena riaffiorato in superficie.
La miniserie
Alla fine ci riesce? Ovvio che no, altrimenti nessuno avrebbe avuto l’idea di scrivere dieci episodi a riguardo. La prima domanda da farsi riguarda la natura di questa decina di puntate in sé, però. In fondo, cos’è New blood? Non è uno spin-off né un vero sequel, in effetti, bensì una sorta di nona stagione di Dexter, o, per dirla in termini generali, una toppa. In un momento storico in cui la produzione richiede garanzie per quanto concerne l’impatto sul pubblico e poter contare su un nome (marchio) già conosciuto vuol dire molto, si è delineata un’invitante occasione per resuscitare Dexter Morgan e correggere l’eredità di un finale rimasto monco.
Alla fine ci riesce #2? Ovvio che no #2. Dexter: new blood è diretta prosecuzione di Dexter per un semplice motivo, e cioè continua la tradizione che ha visto calare a piccoli ma costanti passi il livello qualitativo della serie con una stagione peggio dell’altra, ognuna delle quali a cercare di sistemare i problemi della precedente e a crearne di nuovi e peggiori, finendo per allargare il buco piuttosto che ricucirlo. Questo revival conserva tutti i vecchi difetti riscontrabili negli episodi che l’hanno preceduto, e forse è anche per questo che, nonostante l’accoglienza tiepida, se ne è parlato così tanto: è stata come una rimpatriata, un tuffo in un passato che appare più lontano di quanto non sia e ci ricorda nostalgicamente come era la TV una volta; insomma anche chi non ha apprezzato se l’è guardata tutta.
Il risultato finale infatti è same ol’ Dexter: tanta confusione, qualche lampo di genio, una valanga di rimpianti e una moltitudine ancor più vasta di elementi apprezzabili o non funzionanti che si mescolano fra di loro, dando vita a una miniserie dispersiva con un filo rosso molto interessante che però spesso si perde. In breve, un greatest hits della serie originale. Il fil rouge è appunto il rapporto tra padre e figlio, delineato secondo più direttrici. Quello tra Dexter e Harrison è ovviamente il primo, che viene poi sovrapposto a quello tra Dexter e il padre adottivo Harry e a quello tra Kurt Caldwell – Clancy Brown -, padre dell’ultima vittima nonché antagonista principale, e il figlio Matt; alla fine entrerà dalla finestra anche quello tra Kurt e il di lui padre, tracciando un parallelismo chiaro trai personaggi principali. Sins of the father, canterebbe Donna Burke. L’incomunicabilità con i figli, l’eredità ricevuta dalle figure paterne, lo sforzo per evitare di commettere gli stessi errori e il cambio di prospettiva da figlio a genitore sono i temi principali che animano New blood e che ci vengono filtrati attraverso l’atipica mente dexteriana.
Il problema principale è l’innesco difettoso che impedisce a questo massiccio capitale narrativo di prendere corpo durante lo svolgimento delle puntate. Dexter e Harrison parlano poco e male, interagiscono ancor meno e vengono separati con ogni espediente perché non c’è stata o l’intenzione o la possibilità di costruire una dialettica autentica trai due in modo da mostrare evoluzioni e sentimenti. Il motivo primario di tensione è ovviamente costituito dal fatto che né lo spettatore né i personaggi, Harrison stesso incluso, sanno se questi è effettivamente come il padre, o se i suoi exploit violenti sono frutto passeggero di un’infanzia e un’adolescenza terribili – dal bagnetto nel sangue della madre all’esperienza del duplice abbandono. Fino alla fine e oltre tutti quanti sono liberi di chiedersi se Dexter abbia davvero spinto il figlio a diventare come lui, persino indirettamente o involontariamente, se abbia anche solo potuto desiderare una cosa del genere per riscattare una vita di solitudine esistenziale, o se Harrison sia senza speranza sin dalla nascita.
E se il finale in senso stretto è tutto sommato soddisfacente e utile a terminare la vicenda del personaggio di Dexter Morgan, per cui a questo punto qualunque uscita di scena rimaneva di complicata realizzazione, il percorso che porta a suddetta conclusione è inframmezzato da storture, occasioni perse e, in sintesi, un sacco di cose di cui non ci frega niente. Il personale teen drama di Harrison, l’incredibile serie di coincidenze che portano Angela a scoprire della vera natura di Dexter, la side story della Sciarelli dei poveri in versione podcaster o quella del petroliere locale sono tutti fattori che potevano tranquillamente essere espunti o almeno limati per dedicare più tempo a quello che ci interessava davvero: la discesa negli abissi della sua mente inesorabilmente contorta da parte di Harrison e il ruolo di suo padre in questo processo.
Kurt Caldwell come antagonista funziona per certi versi, per altri reitera gli stessi problemi di cui sono stati vittime i villain della serie. Le figure create per opporsi a Dexter sono risultate particolarmente riuscite quando, oltre alla dimensione della psicopatia – nel mondo di Dexter c’è sempre stata una fascia di serial killer valevole per circa il 30% della demografia – erano dotate di particolari sfaccettature che li appaiavano al protagonista in altri modi più sottili. In generale il rendimento di Dexter è sempre stato direttamente proporzionale al rendimento del nemico stagionale. Brian Moser e Trinity rimangono i migliori della categoria proprio perché condividevano la dimensione dell’intimità con il loro futuro carnefice, e allo stesso modo il sergente Doakes e Miguel Parco rimangono più interessanti delle loro controparti stagionali come la Lila la piromane o il giardiniere nevrastenico George King; lo stesso discorso vale per Isaak Sirko che si mangia Jordan Chase o Travis Marshall a cena. Il fatto che Kurt Caldwell sia anche lui un serial killer (l’ennesimo della saga) non aggiunge nulla alla sua caratterizzazione, e il fatto che si perda così tanto tempo a spiegarne il perché e il percome rappresenta un malus. L’antagonista non avrebbe mai potuto essere un punto focale della narrazione perché l’incontro/scontro che regge la baracca è quello interno alla famiglia Morgan, e compensare la pochezza del secondo punto con il primo non nasconde ma anzi evidenzia le problematiche in fase di storytelling. Kurt doveva essere una funzione narrativa, un mezzo più che un personaggio, e invece è successo l’opposto.
Non ci sarà una seconda stagione (per fortuna)
Alla fin fine Dexter: new blood è un’adorabile tuffo nel passato e l’ennesima conferma che il personaggio di Dexter Morgan c’è rimasto nel cuore per l’assoluta novità che rappresentò ai tempi, ma a volte sembra sì una reunion, ma una di quella malinconiche che si fanno nell’anniversario della scomparsa di una persona che univa il gruppo; cioè spesso si ha la sensazione che il vero protagonista della vicenda (il rapporto che lega Dexter e Harrison tra amore e morte), più che aver dato buca, non sia mai esistito veramente, come un’allucinazione collettiva.
È apparso chiaro sin da subito che l’idea dietro il progetto era quella di partorire uno one-shot. Non c’era vita oltre il decimo episodio – e nemmeno prima, a dirla tutta – e nessuna ambizione oltre a quella, forse, di regalare ai fan di vecchia data un finale più accettabile, o quantomeno definitivo nel senso letterale della parola. L’epilogo risulta infine sciapo, piuttosto scialbo, ancorato a vecchi difetti, vecchi cliché e in generale un vecchio modo di fare televisione. Rimane un guilty pleasure nella migliore delle possibilità, nulla di più. Goodbye Dexter Morgan, ti abbiamo voluto bene fintanto che sei stato un personaggio interessante, prima che diventassi una macchietta.









