Sette minuti. È il tempo di una parentesi sulla vita di una coppia come tante, catturata dallo sguardo lucido di Roberta Martinelli attraverso il cortometraggio “Di notte”. La regista originaria di Andria, classe 1994, muove i suoi primi passi come sceneggiatrice per poi trovare il suo posto dietro la macchina da presa, realizzando diversi cortometraggi e una serie TV e trasferendo in questo ruolo il gusto per le immagini che dal principio l’aveva spinta alla scrittura. È affiancata nel suo percorso formativo e artistico da nomi del calibro di Marco Bellocchio e Silvio Soldini, quest’ultimo coinvolto in qualità di supervisore nella realizzazione di questo corto nell’ambito del progetto OffiCine – IED.
In concorso al festival internazionale di cortometraggi FiatiCorti 2025 a Istrana, “Di notte” è un tuffo in acque profonde. Quando si riemerge, l’aria brucia dentro i polmoni come un marchio interiore.
Per sette minuti lo spettatore si trova in un appartamento con Damiano, che si sveglia nel mezzo della notte scoprendo che la sua fidanzata Camilla non è rientrata dalla serata con le amiche e quando, ascoltandone i messaggi vocali, comprende che è stata vittima di una molestia di strada e che l’assalitore ha iniziato a seguirla, Damiano spaventato corre fuori a cercarla. In quel momento Camilla esce, incerta e scossa, dall’auto, lo abbraccia e risponde alle domande preoccupate di lui affermando che “Non è successo niente”, se non una molestia evitata con la fuga, per poi concludere la conversazione con toni consolatori verso il fidanzato e cercando di sdrammatizzare l’apprensione di lui. Il corto si conclude con un secondo abbraccio, dietro cui vediamo il trauma subìto da Camilla personificarsi in un intruso nella stanza, mentre il fidanzato, pur stringendola a sé, sembra non riuscire a decifrarne le emozioni.
“Di notte” si rivela un prodotto in grado di generare un forte impatto emotivo sullo spettatore, anche grazie alla sua brevissima durata. I suoi sette minuti sono la dimensione più efficace per trasmettere un messaggio istantaneo, esprimendosi con la lunghezza d’onda delle sensazioni immediate, dei riflessi e degli istinti. La paura nasce dall’amigdala, scuote il corpo passando per ipotalamo, ipofisi e surrene, per poi tradursi in un’esplosione di adrenalina. Fight or flight, attacco o fuga. Il ritmo degli eventi non lascia scampo a Damiano come allo spettatore. La frequenza cardiaca aumenta, le pupille si dilatano. Il messaggio vocale di Camilla ci porta all’orecchio il suo fiato corto per la fuga. I neuroni specchio rendono gli umani empatici senza passare dal cuore, ma facendo scorrere le stesse sostanze chimiche nelle vene. Ed è così che anche attraverso uno schermo questa storia taglia il fiato.
Sul presupposto di un sentire condiviso, si affronta tuttavia il tema della distanza comunicativa. L’incontro fra i due protagonisti al culmine del climax narrativo descrive un’inattesa dissintonia, in cui agli interrogativi preoccupati di Damiano seguono risposte evasive da parte della fidanzata, volte a dissimulare il peso emotivo di quanto le è appena accaduto. Con questo espediente Roberta Martinelli affronta il tema della violenza sulle donne analizzandone con particolare sensibilità la componente più intima: l’incomunicabilità del trauma. E, coerentemente, lo fa servendosi del non detto. Perché il linguaggio verbale non può pronunciare il sollievo dell’aver evitato il peggio e il bisogno di tacere un dolore perché condividerlo significherebbe solo riviverlo e moltiplicarlo. È semplice descrivere un pericolo, arduo raccontare il sentirsi in pericolo: Martinelli ci riesce chimicamente, alternando silenzi e sguardi con iniezioni di adrenalina.




















