Sabato 5 Novembre alle ore 18 Carlo Montanaro ha inaugurato presso La Fabbrica del Vedere a Venezia la mostra Cinema di Carta – Fumetti di Luca Salvagno, incentrata sulle tavole riguardanti l’esordio di comici del calibro di Stan Laurel, Oliver Hardy e Charlie Chaplin, alla base della Storia del cinema.
Classe 1962, dopo l’Accademia di Belle Arti Luca Salvagno esordì nel racconto disegnato nel 1988, lavorando sistematicamente per Il Messaggero dei Ragazzi e Il Giornalino e collaborando fra gli altri con il maestro Benito Jacovitti. L’esposizione resterà aperta fino al 6 Dicembre in Calle del Forno 3857 e raccoglie otto tavole originali (chine), insieme agli schizzi preparatori (matite) e alle indicazioni per la loro colorazione, senza contare le copertine dei periodici.
All’inaugurazione non poteva mancare l’artista in persona, col quale abbiamo potuto approfondire alcuni aspetti dell’arte del fumetto.
Lei è stato a lungo assistente di Jacovitti. Qual è secondo lei il suo lascito a livello artistico?
Per fortuna molte persone sopra i quarant’anni sono state accompagnate dal suo diario quindi una grossa fetta di popolazione ricorderà sempre Jacovitti, che ha accompagnato i lettori nei momenti più drammatici della loro esistenza, quelli che si vivono a scuola. Per i giovani il discorso è diverso: Cocco Bill non esce più cartaceo dal 2011 e il cartone ha smesso quasi in coincidenza, ma per coloro che hanno avuto modo di conoscere le sue opere il lascito più importante è di sicuro la sorpresa. Al di là di storie simpatiche e personaggi accattivanti, alcuni dettagli surreali come piedi o salami parlanti hanno fatto cogliere anche ai più piccoli che è possibile raccontare storie in maniera sorprendente senza per questo essere strampalati.
La grande fantasia è ciò che di Jacovitti è rimasto a tutti, ma se vogliamo andare a guardare la sua tecnica anche su quel piano è stato un maestro. Era una tecnica molto particolare: il segno di base era semplice, ma poi questo veniva moltiplicato per rendere gli spessori, era dettagliatissimo e faticoso da replicare. Una tecnica eccellente, quasi più da disegno tecnico che da disegno a mano libera. Jacovitti ha iniziato a disegnare all’età di sedici anni e ha continuato fino alla morte, producendo una quantità di tavole immensa senza mai un calo di qualità: Mollica in una mostra di qualche hanno fa l’aveva definito «il genio del secolo», e dal punto di vista umoristico è stato sicuramente un riferimento per tutti, anche se nel panorama italiano non mancano altri esempi eccellenti –penso a Leo Ortolani.

Come le sembra la situazione del fumetto italiano odierno?
Meravigliosa dal punto di vista creativo perché continuano a esserci opere bellissime, ma per un pubblico più ristretto. Il fumetto non è più un fenomeno di massa come un tempo: ci sono gruppi che si appassionano solo a quest’autore piuttosto che a quell’altro, quindi al di là di alcuni editori come Bonelli non ci sono più le stesse tirature. Case editrici come Coconino e Tunuè pubblicano delle cose bellissime ma che difficilmente mantengono le tirature di 30 anni fa: adesso è impensabile che una rivista arrivi a 300mila copie. Trovi i quarantenni che leggono manga e che inevitabilmente hanno una conoscenza limitata di questa produzione sterminata: ci sono titoli come Dragon Ball o Berserk che tutti conoscono ma la lista è davvero infinita.
Ci sono poi i cinquantenni appassionati di fumetti belgi e francesi, i sessantenni e settantenni che ancora comprano Tex e gli appassionati generici che leggono Dylan Dog e qualsiasi cosa gli capiti sotto mano. La qualità dei disegni e delle storie però si è elevata tantissimo. Oggi un giovane che si propone come fumettista difficilmente può iniziare come si faceva una volta: se non sei già un disegnatore provetto è difficile che arrivi da qualche parte. E’ diminuito il numero di pagine a disposizione, ma quello che vedo uscire continua a essere stimolante, interessante: il fumetto in questo senso non è in calo, anche perché c’è il vantaggio di potersi rivolgere a fasce di pubblico più variegate, dai messaggi più sofisticati per gli adulti a quelli per i bambini. E’ un momento triste per chi credeva di avere tra le mani una professione e un riscontro immediati, però d’altro canto adesso è anche molto più facile scoprire i talenti.
Cosa pensa dell’influenza di manga e anime, che invece stanno diventando sempre più parte della cultura popolare?
Le influenze di questo tipo sono fondamentali, anche perché non si può prescindere da esse. Nel Dopoguerra l’Italia ha subito l’influenza degli Stati Uniti, negli anni Sessanta-Settanta quella del fumetto franco-belga, dopodiché dagli anni Ottanta in poi il riferimento al mondo orientale è diventato obbligatorio: io stesso all’inizio della mia carriera per alcuni lavori mi firmavo con uno pseudonimo giapponese. Leggo alcune serie manga, apprezzo tantissimo alcuni disegnatori quindi anche io ne sono influenzato, però è vero che esiste un divario fra il lettore di manga, che difficilmente sarà disposto a leggere qualcos’altro, e gli appassionati di fumetto tradizionale che non leggerebbero mai un manga. A Reggio Emilia per esempio ci sono eventi per collezionisti di fumetto tradizionale, mentre Lucca è diventata una festa meravigliosa per i giovani perché incentrata sul legame tra cinema, supereroi e manga e soprattutto sul cosplay: è una frattura che crea delle difficoltà ma bisogna capire che ormai per le nuove generazioni il riferimento è quello.

Quali sono i suoi autori di riferimento, sia per il fumetto che per il cinema?
Faccio prima a dire: tutti! Nel fumetto in realtà ci sono autori che non apprezzo ma preferisco non citarli. Per il cinema vale lo stesso, ma dovendo fare una selezione direi sicuramente Stanley Kubrick e poi Ridley Scott, perché ha saputo reinventare tutti i generi.
Sia cinema che fumetto sono un modo di raccontare per immagini. Secondo lei quali sono le differenze e quali i punti di contatto?
La differenza è che il movimento nel fumetto è dinamismo simulato, mentre nel cinema è effettivo. Nel fumetto la superficie è opaca, il cinema tradizionale è luce: è proprio la sostanza a essere diversa e anche la fruizione. Il fumetto lo si può condividere ma la sua fruizione è del tutto personale –difficilmente lo si legge in più di due– , mentre il cinema è un avvenimento pubblico: questo per quanto riguarda il film visto in sala, perché anche se l’appassionato guarda i film per conto suo a mio parere la fruizione dovrebbe sempre essere di gruppo.
Il cinema richiede una presenza collettiva, il fumetto prova a collegare gli individui. Quello che condividono sono gli elementi narrativi classici: l’introduzione, lo svolgimento, il finale. Sono meccanismi affini che condividono molto anche sul piano sperimentale: sarebbe interessante mettere a confronto i rispettivi sperimentalismi dei vari periodi storici. Sto riguardando alcuni film di fantascienza degli anni Settanta –come L’uomo illustrato– paragonandoli a tanti fumetti di quel periodo come Arzach e mi rendo conto che come strumento comunicativo cinema e fumetto sono sullo stesso piano. Ovvio che come investimento di tempo ed economico sono due mondi completamente diversi: il cinema ha bisogno spesso di cifre mostruose, il fumetto molto meno. Tuttavia attingono a dei filoni comuni: tornerei all’università soltanto per fare ricerca di tesi su questo argomento.
Per il futuro c’è qualche progetto che ci può anticipare?
Al momento sto valutando la possibilità di realizzare semi-animazioni da mettere in rete. Ci sono spazi nuovi nella comunicazione ed esiste la possibilità di realizzare animazioni con piccoli movimenti –semi-animazioni appunto– a un costo davvero ridotto: con i sistemi digitali i tempi si accorciano. Molti disegnatori di fumetti hanno desiderato darsi all’animazione e oggi questo è reso possibile dal web. Per il resto, da Dicembre il mio personaggio che è sempre rimasto in striscia ne Il Messaggero dei Ragazzi avrà delle proprie storie di quattro pagine.
Il gusto sta tutto nello scoprire cose nuove, e i miei studenti mi aiutano: da qualche mese ho scoperto Pinterest, che mi ha permesso di capire che di persone dotate di capacità artistiche, plastiche, il mondo è davvero pieno. Non abbiamo poi citato finora l’animazione: i film d’animazione degli ultimi vent’anni sono perlopiù eccellenti, e hanno il potere di girare il mondo.





