giovedì, Giugno 18, 2026
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Die ägyptische Helena alla Scala

Dopo l’indimenticabile Rosenkavalier, Elektra e Ariadne auf Naxos, Die ägyptische Helena versione 1928 va in scena per la prima volta alla Scala, tappa fondamentale della riscoperta del repertorio di Strauss fortemente voluta dal sovrintendente Alexander Pereira. A distanza di diciotto anni dall’allestimento del Teatro Lirico di Cagliari e considerata la rarità del titolo, l’occasione vale un weekend nella sempre splendida Milano.

Nel catalogo operistico del compositore, ricco di donne come quello pucciniano, l’Helena soffrì una lunga gestazione. I confronti tra Strauss e Hofmannsthal furono serrati. Il poeta pensava a una sorta di pendant “giocoso” ad Ariadne, in cui commedia e dramma dialogassero in maniera sofisticata, e stilava un libretto dai toni audaci, ma rispettosi del mito classico. Strauss si lasciò prendere da un wagnerismo che nemmeno negli interventi degli elfi, nati come irruzioni “leggere”, riesce a stemperarsi in qualcosa di diverso dallo stile altisonante, richiedente qualità vocali non comuni in volume e tenuta nel canto di conversazione. Tale sfasamento portò a un prodotto dal carattere irrisolto, oggetto di revisione successiva che sfociò nella seconda versione del 1933. Che sia proprio questa inconciliabilità la modernità dell’opera?

La fonte è l’Elena di Euripide che a sua volta riprende il mito secondo cui Paride non rapì la vera donna a Troia, ma un fantasma mandato dagli dei. Elena sarebbe rimasta in Egitto ad aspettare il ritorno di Menelao. Il pastiche esotico s’intreccia al dramma borghese, un rapporto di attrazione e repulsione, eros e vendetta, misto a filtri magici, miraggi e folletti. La riappacificazione degli sventurati amanti si deve alla maga-principessa Aithra, seconda protagonista femminile e indispensabile punto di vista esterno della vicenda.

Atmosfere déco e strane creature

L’idea del regista Sven-Eric Bechtolf è molto semplice. Una donna ascolta Helena alla radio e vi si immedesima a tal punto da diventarne interprete. Come in un sogno, o nel dormiveglia che l’opera francamente concilia, la radio si smaterializza e la donna-Aithra entra nell’azione. Nel primo atto, interni in legno intarsiati con decori floreali fanno da sfondo agli incantesimi della maga, mentre nel secondo, il palmizio ai piedi dell’Atlante altro non è che una foresta di valvole. Bechtolf impone gesti aulici, eroici, in piena armonia col libretto. Le scene di Julian Crouch e i costumi di Mark Bouman, curatissimi, si rifanno ad atmosfere déco, dove i colori risplendono come in un affiche di Mucha. Le luci di Fabrice Kebour e le proiezioni video di Josh Higgason contribuiscono efficacemente a ricreare mondi onirici in cui si inseriscono satiri, indigeni africani, cacciatori e guerrieri marini.

Alla guida della mastodontica orchestra c’è Franz Welser-Möst che non convince appieno per aver voluto levigare la partitura da sfumature e dettagli fondamentali a evitare di percepire esclusivamente questa strabordante massa sonora dai repentini salti di registro stilistico.

Apprezzabile lo sforzo di Ricarda Merbeth, Helena matronale, e Andreas Schager, Menelas vigoroso, nel sostenere una scrittura difficilissima. Schager, Heldentenor sicuro nella linea di canto omogenea e nel fraseggio variegato, la spunta meglio rispetto al soprano. Eva Mei è Aithra tutta in salita, tagliente al punto giusto. Davvero sontuosi la Conchiglia parlante di Claudia Huckle, l’Altair di Thomas Hampson e il Da-ud di Attilio Glaser.

Puntuali gli interventi del coro, disposto nelle barcacce laterali e mai in scena, preparato da Bruno Casoni.

Applausi convinti per tutta la compagnia, in particolare per Mei, Schager e Welser-Möst alla recita del 17 novembre.

Luca Benvenuti

Credits Brescia&Amisano