Belgrado, 2025. Lena, una ragazza ribelle dal piglio punk, è una studentessa che insieme a molti suoi coetanei sta protestando da giorni contro il governo serbo, tra occupazioni dell’università e manifestazioni di piazza; Stefan è un amico del fratello maggiore di Lena, si definisce ‘apolitico’ e vive di piccoli espedienti semicriminali alla periferia della città. In una lunga notte e nel lungo giorno successivo, le traiettorie all’apparenza distanti di Lena e Stefan finiranno per incrociarsi e intrecciarsi strettamente…
È un’interessante coincidenza che la prima mondiale di “Do kraja dana” all’interno della sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia abbia avuto luogo proprio in concomitanza con lo scioglimento ufficiale del parlamento serbo e la convocazione di elezioni anticipate (previste per il prossimo 25 ottobre) da parte del presidente Aleksandar Vučić, finalmente decisosi ad accogliere, dopo due anni di mobilitazioni – che, partite su iniziativa degli studenti universitari, hanno poi coinvolto buona parte della società civile –, una delle richieste della piazza.
Perché “Do kraja dana” è un film girato in medias res, durante quelle che si sono rivelate le proteste più lunghe e partecipate della storia serba contemporanea: a quanto ci è dato sapere, e ciò è sicuramente apprezzabile, si tratta della prima opera cinematografica di fiction imperniata su questo momento adrenalinico e complesso, che ha portato e porta tuttora con sé euforia e tensioni a un tempo. Come la regista Jelena Maksimović ha spiegato durante la discussione che ha seguito la prima proiezione per il pubblico in Sala Darsena, inizialmente la sua idea era raccontare una storia d’amore tra ventenni sullo sfondo di una precedente serie di manifestazioni di attivisti per l’ambiente (probabilmente scaturita sulla scia dei Fridays for future). Poi, però, il crollo di una pensilina appena restaurata alla stazione della città di Novi Sad, con morti e feriti, ha innescato un’inattesa ondata di proteste contro la corruzione e il clientelismo delle élite politiche, ulteriormente corroborata dalle difficoltà economiche di ampie fasce della popolazione e dalla sensazione che il paese non regga le redini del proprio futuro. A quel punto, la regista ha realizzato che non si poteva non fissare su pellicola una fase che sicuramente ha plasmato e plasma tuttora le giovani generazioni serbe, in maniera in fondo analoga, con tutte le differenze del caso, al maggio francese del ‘68: una fase che è stata quindi immortalata sin dalle primissime sequenze, quando la mdp si muove lentamente tra gli striscioni e i sacchi a pelo di una facoltà universitaria occupata.
“Do kraja dana”, con la sua turbolenta e non lineare storia d’amore tra due giovani dalle idee e dai temperamenti diversi, mira a restituire – non senza qualche facile schematismo – i dissidi intestini della società serba e la polarizzazione tra gli oppositori del governo e i cosiddetti ‘lealisti’, come vengono sprezzantemente apostrofati da chi protesta. Anche se, va detto, il protagonista maschile Stefan (l’attore non professionista Andrija Krivokapić, che ha saputo indossare magistralmente i panni di un ‘duro’ di periferia più sensibile di quanto suggeriscano le apparenze) non si può certo definire un sostenitore dell’establishment: se mai ne è una vittima lui stesso, dal momento che si muove in un sottobosco di ragazzi senza lavoro e senza futuro, abituati a tirare a campare spacciando per dei piccoli malavitosi locali, impegnando i propri beni di famiglia o, come Stefan si ritroverà a fare dopo aver incontrato Lena, agire da infiltrati alle manifestazioni per conto della polizia allo scopo di creare disordine e demonizzare i manifestanti con la complicità dei media. D’altro canto, la ribellione anarcoide della co-protagonista (l’intensa Lena Trifunović, anche lei attrice non professionista e lei stessa studentessa universitaria all’altezza delle proteste) sembra sgorgare (anzi, straripare) più che altro dall’energia dirompente di una ventenne che vorrebbe capovolgere il mondo ispirata dai racconti toccanti di uno zio partigiano jugoslavo, senza che emerga una particolare pars costruens una volta che, citando la buona vecchia “Internazionale”, sarà stata fatta “tabula rasa del passato”. Lena e Stefan, che gradualmente si innamorano, forse sono le due facce di una stessa medaglia e, in ultima analisi, potranno – e dovranno, in quello che sembra essere il messaggio militante di una regista che non cela la propria posizione civica – unire le loro forze.
Per due terzi del film ci muoviamo rapidamente, in apparente contraddizione con il titolo, “fino alla fine della notte”, la lunghissima notte dell’incontro tra Lena e Stefan, della manifestazione, della resa dei conti tra Stefan e i suoi piuttosto loschi contatti nel mondo del crimine e della polizia (che si dimostrano, va da sé, connessi): assistendo a queste peripezie notturne non si possono che apprezzare il montaggio convulso e le alterazioni visive ottenute con un filtro della mdp appositamente rotto, che ben restituiscono la frenesia e la confusione degli scontri nel centro di Belgrado – particolarmente riuscita è la sequenza del sampietrino ‘incriminato’, che passa di mano in mano per poi colpire, lanciato non si sa bene se da Lena o Stefan, un agente. Sul viaggio che si compirà, dopo la fuga a due di Lena e Stefan, “fino alla fine del giorno” è invece incentrato un finale le cui atmosfere bucoliche possono far pensare all’armonia di un Eden lontano dalla violenza e dai conflitti che lacerano il tessuto sociale dello spazio urbano e della Serbia tutta.
Come vediamo negli ultimi minuti e soprattutto nell’onirica scena che chiude il film – dal simbolismo, forse, sin troppo cristallino –, si tratta però solo di una pausa prima di ricominciare un cammino che sarà tutto in salita, ma che vale la pena percorrere finché brilla la luce del giorno e, soprattutto, finché pulsano le energie di quella che, nell’ottica della regista che ne è peraltro parte integrante, è “la meglio gioventù” serba. Non sappiamo se le imminenti elezioni porteranno i risultati in cui gli studenti di Belgrado e Novi Sad hanno sperato nell’ultimo biennio. Ad ogni modo, come recita il ritornello della canzone ska-punk serba che sentiamo nei titoli di coda – che scorrono non a caso in un font che richiama anch’esso le copertine degli album di qualche subcultura musicale –, persino dopo un’eventuale sconfitta non si può che rialzarsi in piedi e rimettersi in marcia.










