Mariana è una giovane artista militante, e ha deciso di rappresentare un episodio vergognoso della storia romena, la persecuzione degli ebrei ad opera di Ion Antonescu, il dittatore che durante la seconda guerra mondiale mise in pratica una politica antisemita e fu collaborazionista del nazismo. Quella che sembrerebbe una causa civile e storica pienamente condivisibile dalla popolazione attuale si rivela invece essere motivo di molti imbarazzi e contrasti ideologici.

Il titolo è una citazione tratta da una perentoria dichiarazione del 1941 del ministro romeno antisemita Mihai Antonescu, e Radu Jude la usa per fissare e incorniciare fin da subito una complessa ricostruzione storica per la quale decide di utilizzare un approccio ampio e discorsivo, preferendo una costruzione estesa e dettagliata piuttosto che ricorrere solo alle scorciatoie della metafora e del simbolo. Questo nuovo lungometraggio di una delle voci più sorprendenti del nuovo cinema romeno (ricordiamo almeno l’Orso d’argento berlinese per Aferim!) richiede necessariamente un complemento extra-testuale e una dose notevole di attenzione al dettaglio storico narrativo, col rischio altrimenti di vedersi sfuggire il senso ultimo e il nocciolo ideale di questa articolata riflessione su uno dei momenti più delicati della Romania del XX secolo.

Confessando la mia inadeguata conoscenza della storia romena, non posso che riassumere in modo divulgativo lo sfondo fattuale: durante la seconda guerra mondiale il generale e “conducator” (duce/condottiero) della Romania, Ion Antonescu, si schierò con il Terzo Reich e posizionò la Romania fra le forze che si opponevano al comunismo bolscevico, anche in forza di un conservatorismo gretto e antisemita di certi potentati e gruppi politici romeni. Fra i crimini peggiori di cui il regime si macchiò vanno ricordati gli episodi di persecuzione anti-ebraica, quali il cosiddetto “massacro di Odessa” e la deportazione nei lager degli ebrei di Bucovina e Bessarabia, tutte aree geografiche contese appunto fra quel regime e quello staliniano.

Proprio su quel tremendo episodio di pulizia etnica (almeno attorno a 100.000 le probabili vittime) la giovane regista “pasionaria” Miriana decide di imbastire un “reenactment”, ossia una ricostruzione in costumi d’epoca degli scontri militari fra nazisti e sovietici e della successiva deportazione degli abitanti israeliti. Le sue ottime intenzioni antirevisioniste si scontrano però nella migliore delle ipotesi con l’indifferenza dei suoi cari, oppure con una diffusa ignoranza degli eventi storici in questione, quando non proprio con tentativi di apologia del fascismo in salsa balcanica: come è prevedibile (e ben noto anche alle nostre italiche latitudini), parte della popolazione romena non condanna affatto in toto l’operato dell’“uomo forte” del nazionalismo locale e i suoi imperdonabili delitti, ma s’immagina o anzi auspica un ritorno a politiche autoritarie che “riportino ordine” contro i mali reali o immaginari della contemporaneità.

Jude ha già riflettuto sulla storia del suo paese, ma questa volta decide di affrontate di petto un conglomerato estremamente complesso di errori storici, ignoranze e compromessi che egli qui rielabora con piglio leggermente provocatorio e forse troppo spinto sul versante del paradosso attualizzante: egli offre alla società romena contemporanea uno specchio in cui cercare i malcelati vizi di forma della sua nuova coscienza europea, ma forse dipinge quello stesso conglomerato sociale come eccessivamente immerso in pregiudizi incrostati ed ereditati dai decenni più bui del passato, con modalità altalenanti fra la sociologia da case studies e il paradosso sarcastico. Chi scrive però deve confessare di non conoscere adeguatamente il tessuto sociale romeno per poter valutare appieno l’aderenza realistica ovvero l’esagerazione funzionale dell’approccio registico in questione.

C’è comunque da dire che il regista romeno non ha paura di rischiare, sia nei metodi che nel merito: inquadra la sua riflessione storica in una cornice metatestuale che dovrebbe amplificare la pluridimensionalità dell’analisi sugli avvenimenti (si veda l’attrice protagonista che si presenta subito come interprete di un “film di Radu Jude” e il saluto finale in cui è chiamata con il proprio nome e non quello del suo personaggio). È un meccanismo di attualizzazione che, pur rimanendo un po’ meccanico, ovviamente amplifica la risonanza delle questioni prospettiche disegnate dal film: fino a che punto si conosce la storia del proprio paese e si è capaci di interpretarla? Ha senso riflettere artisticamente sui crimini storici per scongiurarne la ripetizione? Quanto influisce effettivamente l’appartenenza europea sui meccanismi specifici di eredità e cultura nazionale dei suoi singoli paesi membri?

Jude non è però schematico e non nasconde neanche certo velleitarismo della sua protagonista, probabilmente incapace di dialogare con il ventre molle della sua cittadina, e arroccata su posizioni vagamente progressiste e buone intenzioni ideali che difficilmente potranno scalfire certe sacche (forse) irrecuperabili di ignoranza e chiusura mentale nel popolino. Come ha dichiarato nelle interviste, Jude ritiene ovviamente fondamentale l’autoanalisi personale e collettiva sui crimini commessi (ben più importante di quella che si limita ai crimini subiti), ma instilla leciti dubbi sulle modalità di riflessione e sulle retoriche opposte messe in campo dai vari schieramenti. L’approccio un po’ massimalista della messinscena pensata dalla giovane Mariana, che punta sulla facile emotività e sull’orrore evidente delle persecuzioni, è sottoposta a una a suo modo diabolica serie di contro-argomentazioni dal rappresentante della municipalità Movila, che prova ad indebolire la carica accusatoria e di denuncia della rappresentazione, rammentando che tutti i popoli hanno le proprie pagine nere: a ben vedere, egli insinua, la riflessione storica rischia di trasformarsi in un’“olimpiade di massacri”, in cui la condanna dei singoli episodi è operata con principi di selezione non sempre adeguati e inevitabilmente soggettivi.

Dal punto di vista retorico, dunque, il film di Jude è una costruzione serrata, arguta, ma non priva di piccole falle logiche su un ipotetico principio di scelta del “migliore massacro” da condannare; da quello cinematografico ha i suoi punti di forza nella disposizione strategica degli “scontri di idee” e dei dialoghi portanti, ambientati in luoghi simbolici come la camera da letto che rivela il totale scollamento fra la regista e il suo insensibile amante, e il museo militare all’aperto, davanti ai cui carri armati in bella mostra la stessa regista deve difendere il suo progetto dagli attacchi untuosi dell’emissario del sindaco, preoccupato dalla ricaduta pubblica negativa della manifestazione, ma non da certe nostalgie militaresche della popolazione minuta del luogo. Dal punto di vista argomentativo il testo è stratificato e complesso, in quanto lavora con materiali culturologici che si incastrano e dialogano a blocchi serrati: le riprese documentali della presa di Odessa da parte delle truppe romene (cui farà seguito il massacro dei suoi abitanti di stirpe ebraica) apre il film come un memento epigrafico e si sedimenta sulla lettura da parte di Mariana di uno dei racconti più teneramente atroci dell’Armata a cavallo di Babel’, in cui viene ribadita la sorte tragica degli israeliti locali. Il tutto è messo in prospettiva quando la giovane regista legge un passo di Hannah Arendt, laddove però il Male nella Romania contemporanea è sì banale, ma storicamente radicato e dimostrabile sugli esempi concreti di una popolazione cittadina che interpreta la rappresentazione storica in costume secondo il proprio gretto punto di vista chiuso e non scalfibile da qualsivoglia volontà interpretativo-critica (verrebbe da dire con termine attuale) “buonista”.

Il fatto che questo I Do Not Care abbia vinto il Globo di Cristallo, il premio principale alla 53esima edizione dell’ottimo festival ceco di Karlovy Vary dimostra da un lato l’ottimo fiuto dei suoi selezionatori, dall’altro costringe ad interrogarsi sull’efficacia dei procedimenti classici di condanna storica che nella nostra quotidianità vengono indeboliti/svuotati dalla quasi totale inerzia intellettuale e dai pregiudizi pressoché inattaccabili di buona parte dei loro potenziali obiettivi.